Arringa di Giovanni degli Alessandri contro il Decreto Imperiale per la Distruzione del Convento di San Marco di Firenze (3 maggio 1812)

Firenze, Archivio del Convento di San Marco, Serie IX, n° 138

1812 il dì 3 maggio
Ricorso fatto contro il Decreto Imperiale per la Distruzione del Convento di San Marco di Firenze del quale si era decretato di farne una Piazza d’Arme.

Eccellenza,

Fra gli Edifizi di Firenze che pei monumenti di Belle Arti, per memoria di fatti celebri non solo nell’Istoria letteraria di Firenze, ma in quella dell’Europa intiera meritino di essere conservati, tiene certamente uno dei primi posti il convento di San Marco.

Questo deve il suo principale lustro a Cosimo dei Medici che governò la Fiorentina repubblica senz’armi e senza titolo, che divide col suo nipote Lorenzo il Magnifico la gloria di aver fatto risorgere in Italia e in Europa le lettere, l’Arti e le Scienze.

Questo sommo, sulla cui tomba la grata Firenze scrisse il piu bel titolo che desiderare possa un cittadino, cioè Padre della Patria, si prevalse per restaurare, accrescere e nobilitare San Marco del talento di Michelozzo Michelozzi.

Aveva fatto eseguire il modello di questi insigne architetto nell’edifizio della sua abitazione non tanto famosa nell’Istoria pei Re ed Imperatori che vi alloggiarono, quanto perché può dirsi che da quella casa, la quale fu ad un tempo Liceo ai Filosofi, Arcadia ai Poeti, Accademia agli Artisti, sorse quella luce che illuminò le tenebre della barbarie europea.

Spese Cosimo nel Convento di San Marco trentaseimila scudi, e fra l’altre cose di cui l’ornò è ragguardevole la Libreria lunga braccia 80 e larga 18 in volta, retta da due filari di colonne d’ordine jonico.

Questa Biblioteca, toltane la Medicea Laurenziana, è una delle più belle e maestose che siano in Firenze, e le aggiunge pregio il sapersi che in essa furono depositati i manoscritti che con tanta cura adunò Niccolo Niccoli, il quale fu primo in Italia a formare una pubblica Libreria, stabilmente così utile ai progressi della Letteratura.

Chi non rispetterà come un tempio quel luogo ove i più gran classici dell’antichità, Omero, Cicerone, Livio, Platone, Tacito, Quintiliano, e tant’altri raccolti mercé le cure dei letterati, e la munificenza dei Medici furono salvati dall’ingiurie del tempo, e dall’ignoranza, prima che l’arte meravigliosa della stampa propagasse, ed eternasse le opere di questi maestri del genere umano?

Per tali pregi Giorgio Vasari non dubitò di affermare esser San Marco il più bello fra i Conventi d’Italia, e quantunque questa lode sia soverchia, son tentato di perdonargliela, vedendo che ogni cella racchiude opere a fresco di Fra’ Giovanni Angelico, pittore di tal merito, che il sig. Denon ha giudicato un quadro di lui degno d’entrare nella famosa collezione del Museo Imperiale di Parigi.

I più rinomati artisti d’Europa visitando questo convento hanno ammirato la nobile semplicità di questi dipinti, e la bellezza onde adorna il volto degli Angeli, e dei Santi, di questo Pittore, che da un solenne scrittore di Belle Arti fu detto il Guido di quell’età.

Rammenterò fra gli ammiratori di Giovanni Angelico il solo Canova, di cui il nome è maggiore dell’invidia, come lo è di ogni lode.

Nè solo delle opere di questo Artista è ricco il convento di San Marco, ma vi sono, benché in numero assai minore, dei freschi di Bartolommeo della Porta, detto il Frate, che fu grande in ogni parte della Pittura, e Maestro nel pregare.

Il suo San Marco che adorna il Museo Imperiale di Parigi è un tal prodigio nell’arte che sostiene il paragone dei Quadri del Divino Raffaello.

Antonio Sogliani, artista di merito non ordinario, ed imitatore del Frate, ornò a fresco il Refettorio del Convento, di cui si parla, con pitture piene di vaghezza e di espressione.

D’altra pittura di sommo merito è arricchita la gran parete della Stanza delle conferenze, del Ghirlandajo, e nel Capitolo si ammira una non meno interessante pittura a fresco del prelodato fra’ Giovanni Angelico.

Nel primo chiostro sono degni d’osservazione i freschi di Bernardino Poccetti, per elogio del quale basterà dire che Mengs mai non venne a Firenze che non tornasse a studiarlo, ricercando ogni suo dipinto anche il più obliato.

E dal convento passando alla Chiesa chi non ammirerà per la materia, e pel lavoro, la cappella di Sant’Antonino, distinto non meno per la sua pietà che per i suoi lumi?

Quanto non è egli rispettabile ancora davanti agli occhi d’un Filosofo quel Santo, che coll’instituto della Compagnia dei Buonuomini, che tanto onora Firenze, provvide alla vera povertà delle famiglie bennate, alle quali la vergogna impedisce di mendicare!

Gareggiarono per decorare di pitture, di statue, di fregi, la cappella di questo Santo gli ingegni di Giovanni Bologna, celebre scultore, di Alessandro Allori detto il Bronzino, di Francesco Morandini detto il Poppi, di Batista Naldini, e di Domenico Passignani, artefice sommo e degno che si conti fra i suoi allievi Lodovico Carracci fondatore della Scuola Bolognese.

Chi è così barbaro che non ricerchi, entrando in questa Chiesa, dove giacciono le ossa di Poliziano filosofo, giureconsulto e poeta emulo degli antichi classici nella lingua del Lazio, e precursore e maestro nell’italiana epopea dell’Ariosto e del Tasso?

E con gli occhi dei dotti non si arrestano con compiacenza sulla tomba di Pico della Mirandola, che allo splendore dei Natali preferì la dottrina, e fu l’uomo il più versato dei suoi tempi in ogni genere di cognizioni?

S’è lecito passare per un momento dalla istoria delle lettere a quella dei governi, chi non sa che Girolamo Savonarola in questa chiesa, in questo Convento tuonava contro i vizi e la tirannide del Pontefice Alessandro VI, e richiamando alla severità antica i costumi, allontanava per qualche tempo coi fulmini della sua maschia eloquenza la servitù sovrastante alla repubblica Fiorentina?

Mi sembra adunque, che qualora non si brami di abolire, non dirò le memorie della Gloria Toscana, ma quelle della Civiltà d’Europa non debba distruggersi il Convento di San Marco per creare una solitudine.

Se ciò accadesse, che diremmo noi ai letterati italiani e stranieri che consacrano le lore vigilie alla storia dell’umano sapere qualora ne dimandino: ov’è il sepolcro del Poliziano? Ov’è il piu antico deposito dell’opere dei Genj della Grecia, e del Lazio? Mostratene i luoghi nobilitati dalla presenza di Cosimo, di Lorenzo de’ Medici, e degli altri sommi: che prepararono il bel secolo di Leone X!

Cercateli, risponderemo, fra quelle rovine. Ed essi soggiungeranno: Ahi tralignati nipoti di Dante, di Petrarca, di Machiavello, di Galileo, voi avete abbattuto gli spendidi Monumenti della gloria italiana!

No, ripiglieremo, noi venerammo le tombe dei nostri Padri, e Maestri, noi non siamo quegli insensati Siracusani ai quali Tullio mostrò tra le macerie il sepolcro d’Archimede. Non è nostra colpa, l’abbiamo sofferto, non dissimulato.

Ma che sto io figurandomi questa sventura? Il più grande, il più illuminato dei Monarchi ne regge; egli ha detto (e qual parola è più sicura, e piu potente della Sua?: “Io ho unito la Toscana ai destini della Francia, perchè  l’Europa deve ad essa la sua civilizzazione”).

Come può egli dunque permettere che vengano distrutti quegli Edifizii, che attestano un benefizio così importante?

Incaricato adunque con Decreto Imperiale di invigilare alla Conservazione dei preziosi monumenti pubblici di Scienze e di Arti che esistevano nelle Corporazioni Monastiche soppresse in Toscana, mi credo in dovere di far presente che la chiesa e il Convento di San Marco di Firenze, ricca di tanti insigni memorie e monumenti d’Arte esige che sia conservata, e serva, come è stato proposto, a contenere il Deposito dei Monumenti di Scienze, e d’Arti raccolti dai luoghi soppressi, ed in questo Edifizio già collocati.