La tempesta su San Marco, cronaca di un disastro scampato

È il 19 settembre 2014. Festa di San Gennaro, patrono di Napoli. A Firenze, verso mezzogiorno, attraverso le finestre del piano superiore del Museo di San Marco, si nota che il cielo si sta improvvisamente oscurando in modo inconsueto e minaccioso.

La tempesta di grandine nella scena del martirio di San Marco, dipinta da Beato Angelico nella predella del Tabernacolo dei Linaioli

Tra meno di due ore si dovranno avviare le normali procedure di chiusura giornaliera al pubblico. Sembra quindi sensato iniziare a chiudere anticipatamente le finestre delle celle dei tre corridoi del dormitorio. Sensato ma già non più facile. Un vento fortissimo inizia a soffiare da sud-est e, istintivamente, mentre chiudiamo gli scuri ottocenteschi di legno che proteggono gli antichi e sottili vetri piombati, socchiudiamo gli occhi e giriamo la testa per paura che i vetri non reggano.

Intanto, in pochi minuti, tutti i corridoi del primo piano si sono completamente allagati. La pioggia, infatti, irrompe infrangendo i vetri dei finestroni del corridoio dei novizi su Piazza San Marco, investendo con grandine e schegge di vetro chi sta cercando di chiuderli.

Chiostro di Sant’Antonino lato Sud, davanti alla Sala dell’Ospizio

Impossibile comunicare con l’ufficio o col resto del personale: il sistema elettrico è andato in black-out e i citofoni sono inutilizzabili. Autonomamente, ognuno ha deciso e capito cosa è meglio fare.

Tra il pubblico qualcuno ha sempre voglia di scherzare o polemizzare. Fa finta di non comprendere che siamo in un’emergenza. Con calma e fermezza si riesce a far scendere tutti al piano terra, ma solo per constatare che l’uscita è bloccata da grossi rami, letteralmente volati dal grande cedro del Libano del Chiostro di Sant’Antonino e dagli alberi secolari del vicino Orto Botanico “Giardino dei Semplici”, scaraventati dal vento in via della Dogana. Velocemente ci si organizza nel passaggio tra i due chiostri di Sant’Antonino e San Domenico per informare, in più lingue possibili, che tutti dovranno uscire dall’ufficio di via La Pira. Anche l’ingresso, infatti, è ingombro di grandi rami e completamente ricoperto dalla quantità inimmaginabile di grandine che si è abbattuta in terra in brevissimo tempo e con chicchi enormi.

Chiostro di Sant’Antonino, lato Nord, con rami del cedro del Libano caduti davanti alla Sala Capitolare

Ma il vero incubo è ciò che avviene nella sala dell’Ospizio, dove sono raccolte tutte le opere su tavola di Beato Angelico. La sala più preziosa e più esposta alla tromba d’aria che in una manciata di minuti sconvolge una minima superficie della città, da Piazza Indipendenza a Piazza Santissima Annunziata, senza arrivare con la stessa terribile furia alla Galleria dell’Accademia, agli Uffizi e Palazzo Pitti, che tuttavia subiscono lievi danni e allagamenti.

Chiostro di Sant’Antonino, lato Ovest, subito dopo l’ingresso su Piazza San Marco

Quel giorno, nella sala dell’Ospizio, i vetri dei tre grandi finestroni esplosero, lasciando entrare cascate d’acqua e schegge di vetro che arrivarono a conficcarsi nelle Pale d’altare della parete opposta. Chi lavorava in quella sala si ritrovò schegge di vetro in bocca e nei capelli; vide abbattersi sul pavimento uccelli morti, scagliati dentro dalla massa di acqua, insieme a detriti, grandine e vetro. La Pala Medici (comunemente detta di Annalena) dovette poi subire un accurato lavoro di restauro. Fino a sera molti di noi raccolsero e spostarono i rami del cedro caduti, e aspirarono l’acqua che aveva invaso il Chiostro di Sant’Antonino e l’ingresso sulla Piazza; altri, coordinati dall’allora direttrice Magnolia Scudieri, furono impegnati nella messa in sicurezza dei dipinti dell’Angelico.

Sala dell’Ospizio contenente le Pale d’altare di Beato Angelico

A San Marco, fortunatamente, nessuno riportò ferite. Nessuna opera si danneggiò irrimediabilmente.

Ci regala un sorriso pensare ad un accordo tra “colleghi” santi e vescovi. Sant’Antonino Pierozzi, che dal 1424 al 1430 aveva vissuto a Napoli nel convento di San Piero Martire, chiede a San Gennaro un piccolo miracolo per il suo amato convento fiorentino.

Chiostro di Sant’Antonino dopo l’istituzione del Regio Museo di San Marco (1869) con il cedro del Libano appena piantato (Fotografia originale all’albumina, Coll. privata)

L’unica vera perdita è stata quella del nostro amatissimo cedro del Libano, che dall’Ottocento campeggiava proprio nel Chiostro di Sant’Antonino, offrendoci frescura, ossigeno e bellezza. Frustato dalle raffiche di vento, negli anni era diventato ormai instabile e pericoloso, nonostante molti suoi rami fossero stati consolidati con tiranti elastici che ne assicuravano la stabilità. Ormai spezzato in più punti, lo si dovette abbattere e per tutti noi è stato un lutto.

Chiostro di Sant’Antonino agli inizi del Novecento, con al centro il giovane cedro del Libano (Cartolina, Coll. privata)
Chiostro di Sant’Antonino negli anni Trenta del 1900 (Cartolina, coll. privata)

Era stato piantato presumibilmente in occasione dell’istituzione del Museo; aveva dunque quasi centocinquant’anni, e le sue radici, a detta di Gianni Simonti, il giardiniere di Boboli che fu chiamato a esaminarne il tronco, erano ormai atrofizzate, come le ossa di un vecchio signore al termine del suo ciclo vitale.

Settembre 2014, abbattimento del cedro del Libano

Se il “nostro” albero era giunto ormai verso la fine fisiologica della sua vita, e se eventi metereologici di particolare entità si sono sempre verificati, è innegabile che oggi il cambiamento climatico in corso, dovuto all’inquinamento del pianeta, col conseguente spostamento dell’anticiclone delle Azzorre, sta producendo ogni anno eventi di portata decisamente abnorme. Si sta così riducendo e mettendo drasticamente a repentaglio il patrimonio boschivo nazionale. Il paesaggio italiano – tutelato dall’articolo 9 della nostra Costituzione – sta subendo, negli ultimi anni, danni incalcolabili e direttamente o indirettamente ciò rischia di produrre enormi tragedie. Tutti siamo coinvolti e abbiamo le nostre piccole o grandi responsabilità.

Il ceppo del cedro del Libano di San Marco, coperto dalle rose, resta al centro del Chiostro di Sant’Antonino a ricordarci che la natura è possente ma anche estremamente fragile e, come tale, per il nostro stesso bene, va assolutamente protetta e rispettata.

Obiettivo 13: Promuovere azioni, a tutti i livelli, per combattere il cambiamento climatico (Agenda 2030)

Silvia Andalò

Le foto e cartoline storiche del Chiostro di Sant’Antonino appartengono alla collezione privata di Alessandro Santini

La foto del roseto intorno al ceppo del cedro del Libano è di Ginevra Di Ascenzo

Per saperne di più:

Antonello Pasini, L’equazione dei distastri. Cambiamenti climatici su territori fragili, 2020

Giorgio Vacchiano, La resilienza del bosco, 2019

Repubblica, 19 settembre 2014, Bomba d’acqua e grandinata su Firenze, scuole evacuate e circa 100 feriti

Firenzepost, 20 settembre 2014, Musei di Firenze: danni dal nubifragio per un milione e mezzo di euro. Ecco le date delle riaperture

3 commenti

  1. Interessante racconto – molto gradevole da leggere – sulla vita del museo di San Marco e di chi giorno per giorno se ne prende cura. Che San Gennaro sia sempre vigile su questa perla di rara bellezza. Seguirò questo blog con interesse. Grazie a chi lo ha realizzato.

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  2. Leggere questo articolo, é stato un po’come vivere di persona quanto é accaduto a San Marco durante il nubifragio del 2014. Complimenti per il testo cosí vivo, molto belle le fotografie di inizio ´900. Peccato per il cedro del Libano, non se ne potrá piantare uno nuovo? Sarebbe un bel messaggio anche dal punto di vista ecologico.

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