Noi lo conoscevamo bene. Un ricordo di Zaim Mustafa

Canzone
Tra molti anni,
o forse non molti, prima,
le tue mani il mio canto ritroveranno.
Quando è nato?
Di giorno, o nel sonno?
E ricorderai, e mi penserai
è stata una favola,
o era tutto vero?
E i miei canti
e tutto il resto
dimenticherai.

Papusza (Bronislawa Wajs), poetessa rom (Lublino 1908 – Inowrocław 1987)
Traduzione di Paolo Statuti

Se ne stava lì, a chiedere l’elemosina davanti al portone della Chiesa di San Marco, dalle 7 alle 10.30, tutti i santi giorni, eccetto il sabato e la domenica. Certo, lui ha un part-time, dicevamo scherzando, quando alle 10.30, puntualmente, lo vedevamo sbaraccare. Dal suo trono di plastica, nel suo italiano incerto e cantilenante, dava informazioni ai passanti; li indirizzava tutti verso il museo. Con la mano, a noi, faceva segno di avvicinarci per commentare le notizie del giorno. Spesso le declamava piangendo, se c’era una sciagura nel mondo; qualche volta imprecando, se le uscite dei politici lo sdegnavano. Aveva un modo fulmineo e teatrale di passare dal pianto al riso, dalla collera allo scherno.

Il nostro caro e burbero Zaim Mustafa, un’istituzione per Piazza San Marco, si è spento all’Ospedale di Santa Maria Nuova la mattina dell’8 aprile. Aveva 76 anni. Non abbiamo fatto in tempo a salutarlo, la mattina dell’8 marzo, quando il museo di San Marco ha chiuso i battenti al pubblico. Non avevamo ancora idea di quanto potesse durare la quarantena. Né potevamo sapere che il cuore del nostro amico, stanco ma ancora forte, non ce l’avrebbe fatta.
Chissà cosa direbbe adesso, con la sua saggezza antica, a proposito di questa buffa, cabalistica coincidenza di date: due 8, a distanza così ravvicinata, entro cui uscire di scena. Prima dalla Piazza, poi dalla vita.

Era uscito di scena dal Kosovo nel 1999, scappando da una guerra che gli aveva fatto perdere la casa, gli affetti, il lavoro. Nel 2019, mentre San Marco festeggiava i suoi 150 anni di storia museale, Zaim festeggiava i suoi vent’anni di asilo in Italia per “ragioni umanitarie”. Feste piccole, nozze senza nemmeno i fichi secchi, perché qualcuno, oltre a noi, se ne accorgesse.

Raccontava di esser stato un «puliziotto» quando viveva a Pristina, e noi, vedendolo così imponente, ce lo immaginavamo giovane e spavaldo in qualche corpo militare kosovaro. Più tardi, vantandosi di come tenesse pulito il sagrato della chiesa, di quanto fosse un professionista dell’igiene, comprendemmo che aveva lavorato in un’impresa di pulizie.
Rom, musulmano, di nazionalità serba, Zaim era approdato in Puglia forse con uno degli ultimi barconi partiti dall’Albania. Non gli piaceva tanto parlare di come e perché fosse arrivato in Italia, o di cosa si fosse lasciato alle spalle; si preoccupava solo della sua vita presente. Anzi, della sopravvivenza, sua e della figlia Snezana. Le sue aspirazioni alla stabilità, al radicamento, il suo attaccamento al lavoro, contraddicevano tutti gli stereotipi sulla vita randagia, la simbiosi con la natura e il non conformarsi alle regole, che avevamo dei rom.
Dal Sud era venuto a stabilirsi a Firenze, eleggendo San Marco a luogo privilegiato da cui chiedere l’elemosina. Del resto, non erano forse ordini mendicanti, i domenicani? Non dovevano essere ancora più poveri, questi di San Marco, riformati da Giovanni Dominici all’inizio del 1400? Senza saperlo, Zaim, non faceva che incarnare e onorare una tradizione plurisecolare di povertà e mendicità.

Lo conoscevamo tutti. Con i suoi lunghi cappotti, il bastone, il passo grave, la sua sedia pieghevole, il cartello su cui si era fatto scrivere l’elenco di tutte le sue patologie (cardiache, epatiche, diabetiche), l’espressione indispettita che si scioglieva in un sorriso quando ti avvicinavi per salutarlo, sembrava un sovrano in esilio. Di Zaim ricorderemo la sua figura fiera e dignitosa, la sua voce melodiosa, che qualcuno di noi ha avuto la fortuna di ascoltare. Perché Zaim cantava accompagnandosi con un tamburello. Ed era pure bravo. Se lo contendevano ai matrimoni rom di tutta Europa, a dirla tutta.

Firenze probabilmente non sarà più la stessa, dopo il Covid 19. Piazza San Marco, il museo di San Marco, li ritroveremo diversi da come li abbiamo lasciati. Quando torneremo ad attraversarli, svuotati dai turisti e dagli studenti, non ci sarà più Zaim ad aspettarci con i suoi sorrisi, le sue proverbiali invettive, i suoi disperati: «non c’è nessuno, non c’è lavorooo!». Magari, neanche gli mancheremo come lui mancherà a noi perché, nel frattempo, spostandosi da una nuvola all’altra, finalmente leggero come sempre avrebbe desiderato essere, sarà troppo impegnato a cantare per qualche matrimonio celeste.

Carmelo Argentieri

 

 

3 commenti

  1. Che bell’articolo Carmelo, è una storia bellissima. Hai avuto proprio un pensiero bello e giusto nel voler ricordare questa persona, che grazie a te è entrato a far parte anche della nostra memoria, con la sua vita certamente sofferente, non facile ma speciale e soprattutto libera. Hai fatto conoscere a tutti una persona buona, intensa e di cuore che di certo meritava di essere ricordata e per sempre resterà legata a Firenze e a San Marco.

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