Zeffirelli e San Marco. Frammenti di gioventù fra La Pira, il David e Beato Angelico.

Tra i grandi personaggi di San Marco c’è, eccome, anche Franco Zeffirelli. L’ infanzia e l’adolescenza del celebre regista e scenografo fiorentino sono, infatti, profondamente legate al mondo di piazza San Marco. Dove abitava e dove frequentava la scuola e il convento domenicano. E dove, con l’energia fantastica delle menti creative, si tuffava, fino a lasciarsi sommergere, nelle acque strepitose della storia e dell’arte di Firenze. Felice e orgoglioso di esservi nato, di amarla e di appartenerle per sempre.

Al rapporto fra Zeffirelli e il mondo di San Marco è dedicato questo collage di testimonianze ed emozioni, descritte dallo stesso Zeffirelli in prima persona, tratte principalmente dalla sua Autobiografia (Mondadori, 2006).

Piazza San Marco a Firenze, anni Trenta

La casa in piazza San Marco

Negli anni Trenta, ancora ragazzino, abitavo con zia Lide (cugina del padre) a un terzo piano di piazza San Marco, di fronte al convento dei frati domenicani che i Medici, loro protettori, fecero costruire da Michelozzo, e dove il Beato Angelico ha lasciato grandi messaggi di gentile pittura. Sull’altra parte della piazza, si affacciano l’Università di Architettura, il Liceo artistico, l’Accademia di Belle Arti (scuola e museo) dove è custodita la “Statua delle Statue”, il David di Michelangelo. Ancora un centinaio di metri più in là, si trova la piazza della Santissima Annunziata, uno spazio che leva il fiato per la sua assoluta perfezione. Fu ideata dal miglior Brunelleschi, e ingentilita dagli amatissimi puttini dei Della Robbia.

Insomma, in quegli anni così decisivi per un ragazzo della mia età, mi trovai a vivere e a fare i primi passi proprio nel cuore di questo magico triangolo. Altri ce ne sono, a Firenze, di spazi e volumi di sbalorditiva bellezza – e quanti -, ma sono quasi sempre vistosamente legati al Potere o al Governo, o all’ambizione dei ricchi. Nel mio, invece, confluivano testimonianze di perfetta armonia e fonti d’eccelsa istruzione, offerte da scuole frequentate da allievi che venivano da ogni parte del mondo. (Autobiografia, p.510)

Convento di San Marco, Chiostro di San Domenico

Il circolo, il convento e l’arte

Sono cresciuto come cattolico: vivevo la religione come una cosa pressoché scontata, e servivo perfino Messa a San Marco. I miei amici e io ci annoiavamo mortalmente alle marce, durante i discorsi senza fine degli istruttori fascisti; discorsi di cui capivamo ben poco, perché ben poco c’era da capire. Preferivamo il circolo cattolico organizzato dai frati nel convento di San Marco, con gli antichi chiostri dove finivamo per giocare a pallone e a pingpong, uno sport che amo ancora adesso. La nostra attività preferita erano le gite in bicicletta, il fine settimana; i frati sollevavano la tonaca e pedalavano insieme a noi verso le colline lungo la Valle dell’Arno. D’estate facevamo gite di diversi giorni, arrivando fino a Siena e Arezzo, dormendo nei conventi domenicani. Al confronto, i fascisti ci sembravano dei grigi e antipatici rompiscatole.

Il circolo cattolico ci offriva poi un’altra grande attrazione: un piccolo gruppo teatrale, naturalmente soltanto maschile, che rappresentava nelle varie sale parrocchiali spettacoli a tema storico o biblico. È probabile che siano stati proprio questi primi vagiti a suggerire, più tardi, le mie scelte. (Autobiografia, pp. 37-38)

L’Ordine domenicano ha sempre avuto una nobile tradizione di arte e cultura, e la maggior parte dei frati erano uomini estremamente colti. C’erano degli artisti tra loro e uno in particolare, padre Spinillo, aveva l’incarico di sovrintendere alla nostra associazione giovanile. Era un pittore piuttosto esperto e aveva trasformato una soffitta del convento in uno studio dove andavamo frequentemente per imparare a dipingere. (Autobiografia, p.39)

Pietro Annigoni, Deposizione dalla Croce e santi nel convento di San Marco

Annigoni

In quegli anni ebbi anche l’occasione di incontrare Pietro Annigoni. Stava dipingendo una bellissima crocifissione sulla parete del parlatorio del convento, e io lo spiavo dallo spiraglio dell’uscio. Ai miei occhi era la reincarnazione degli antichi maestri. I suoi disegni avrebbero potuto essere stati creati dalla mano di Leonardo o di Michelangelo. Ero stupito dalla sua bravura, anche se gli intellettuali di allora e i critici lo avevano preso di mira come uno “sfacciato passatista”. Mi chiedevo che cosa ci fosse di così sbagliato nel cercare di disegnare bene come i grandi maestri del passato. Fu forse allora che cominciai a capire che esisteva un conflitto insanabile, e inspiegabile, fra artisti e critici. (Autobiografia, p.39)

La sedia di Savonarola

Savonarola e i tesori di San Marco

Verso la fine degli anni trenta, con il controllo fascista e l’imposizione di film di propaganda, invece di quelli americani che ci piacevano tanto, il cinema diventò meno interessante. Cominciai allora a orientarmi verso il teatro e verso l’arte in genere, incoraggiato da Gustavo (marito di zia Lide).

Gustavo possedeva decine di libri d’arte e biografie di artisti di ogni epoca. E comunque, il Rinascimento era tutto attorno a noi, a ogni passo. Ricordo che avevamo due sedie pieghevoli in casa, chiamate “savonarola”, stile rinascimentale, e quando veniva a trovarci qualcuno zia Lide gridava: “Franco, prendi la savonarola. Portala qua!”. Così, nella mia testa, Savonarola andava avanti e indietro da una stanza all’altra come fosse una sedia.

Girolamo Savonarola aveva predicato proprio nei chiostri di San Marco dove giocavamo a pallone. Anche Lorenzo il Magnifico ci era venuto spesso, perché quel monastero domenicano era generosamente sostenuto dalla famiglia Medici. C’erano infiniti tesori da scoprire: la biblioteca di Michelozzo, le opere di fra Bartolomeo e fra Angelico; incontri quotidiani, naturali, come parte della vita di ogni giorno e a cui non facevamo più caso. Quasi tutte le celle in cui vivevano i frati erano state decorate da fra Angelico. In cima alle scale che portavano al convento c’era l’incantevole affresco dell’Annunciazione, che da secoli salutava i frati che andavano e venivano dal convento alla chiesa. (Autobiografia, pp.38-39)

Giorgio La Pira visto da Pietro Annigoni

I maestri: La Pira e padre Coiro

Ma, soprattutto, in quegli anni a San Marco conobbi un altro grande uomo: il professor Giorgio La Pira, che insegnava storia del diritto romano all’università. Era un laico, ma viveva in una delle celle del monastero. Dopo la guerra divenne il miglior sindaco che Firenze abbia mai avuto. Era un uomo unico, un apostolo della Carità e della Fede, che dedicò tutta la vita alla causa dei poveri e dei diseredati. La Pira e padre Coiro, il cupo e intenso priore del monastero (quasi un moderno Savonarola), furono senza dubbio le influenze più autorevoli che subii da ragazzo. Non erano esattamente figure politiche, al contrario, il loro percorso era illuminato dalla Fede, la loro vocazione primaria era aver cura delle anime e confortarle. Tuttavia, la verità sui problemi sociali e politici che variamente hanno popolato quegli anni, e poi il dopoguerra, mi arrivò attraverso di loro, e la loro influenza non ha mai smesso di essere presente nella mia vita. (Autobiografia, pp. 39-40)

La mamma, La Pira e l’Annunciazione di Beato Angelico

Forse interessa un piccolo episodietto della mia vita. Calza a pennello proprio in seguito alla mia storia. Quella di un bastardino. Infatti, io non avevo il nome né di mia madre né di mio padre. Mia madre inventò questo nome Zeffirelli perché, secondo un’antica tradizione dell’ospedale degli Innocenti di Firenze che si tramanda dai tempi di Lorenzo il Magnifico, ogni giorno della settimana corrispondeva ad una lettera. Il giorno che nacqui io toccava alla Z e mia madre, che oltre ad essere una grande sarta era musicista, pianista, un’appassionata di Mozart, con tanto di farfalle e zeffiretti, quando le proposero la Z come iniziale, all’impiegato comunale disse, appunto, “Franco Zeffiretti”. Quello non capì bene e, invece delle doppie “t”, mise le doppie “l”: “Franco Zeffirelli”. Sono sicuro di essere l’unico con questo nome al mondo, però più tardi, divenuto grandicello, ero soltanto figlio di NN (figlio di genitori ignoti). A scuola tutti sapevano che il mio babbo si chiamava NN e mia mamma si chiamava NN. Quindi era tutto uno sfottò, anche se innocente perché veniva da bambini che non sanno. Un giorno ci fu una rissa nel convento di San Marco dove io frequentavo l’Azione Cattolica e dove viveva una persona molto importante, molto curiosa, che ogni tanto arrivava con i suoi libri e i suoi occhialoni. Era Giorgio La Pira. Lui insegnava storia del diritto romano e viveva lì come un frate laico, ma stava molto con noi, ci guardava e ogni tanto interveniva dicendo: «La Madonna. Quando avete un problema c’è sempre la Madonna, la Madonna! Salva tutto la Madonna». Quel giorno ci vide picchiarci e chiese che stava succedendo: «Ha detto che mia mamma è una puttana», gli risposi. Lui disse al ragazzo con cui mi stavo picchiando: «Tu vai a casa, che se comincio a parlare io della tua mamma ne vengono fuori delle belle!». Poi mi prese, tutto scosso e incavolato, mi tirò su per quel bellissimo scalone che certamente conoscete, che va dal chiostro al primo ordine del convento, e in cima al quale c’è L’annunciata di frate Angelico. Mi portò su di corsa proprio davanti a questo dipinto. «Lo sai cosa è questo?» mi chiese. «L’Annunciazione» risposi. «E sai cos’è l’Annunciazione?» «E beh, è venuto un angelo davanti alla Madonna e le ha detto che sarà madre di Gesù» «Sì va bene, ma come?» «È la madre di Gesù» feci io sempre più confuso. «Come sarebbe diventata la madre di Gesù?» A quel punto io mi impappinai definitivamente, perché sapevo come nascevano i figlioli, ma non volevo attribuirlo a Dio. Allora mi aiutò lui: «Perché lo Spirito divino è disceso nella carne, nel ventre di questa donna e si è incarnato. Hai capito? Quindi non vergognarti mai. La maternità è sempre santità. Qualunque cosa dicano di tua madre, tu la devi pensare sempre come una santa perché è come la Madonna, e quando avrai bisogno di qualcosa nella vita prega la Madonna e pregherai tua madre». E questa cosa da allora mi è rimasta addosso. È lo splendor veritatis, per riprendere le parole di Giovanni Paolo II. Da quel giorno il problema di mia madre, della sua moralità, del suo atteggiamento e amore verso di me non l’ho più avuto. (da Franco Zeffirelli, Zeffirelli: la mia storia vera. Eccomi, son figlio di NN, in “Vita”, 9/08/2002).

La III C del Liceo Artistico. Zeffirelli è il primo, in basso a destra

Sotto il David: mortadella, rinascimento e Savonarola

Era ormai evidente che mi sarei dedicato a una qualche carriera artistica. Gustavo continuava a mandare i miei disegni a mio padre. Insieme decisero di farmi frequentare il Liceo artistico, con l’idea che avrei potuto proseguire studiando architettura (Liceo artistico, Accademia di Belle Arti e Facoltà di Architettura erano allora nello stesso edificio di piazza San Marco, dove oggi è rimasta la sola Accademia). (Autobiografia, p.43-44)

Negli intervalli delle lezioni (all’Accademia di Belle Arti) era facile entrare nella Galleria, che era proprio attaccata alle nostre aule. Si mangiavano i panini portati da casa (spesso pane e mortadella), senza alcun problema né particolare riguardo di fronte a tanti sbalorditivi capolavori. Risate, barzellette, litigi. Qualcuno giocava persino a palla come se si fosse in palestra. Debbo confessare che provavo un certo timore reverenziale verso ciò che mi circondava. Tra un boccone e l’altro, mi allontanavo silenziosamente dai miei compagni e mi lasciavo attirare verso i Prigioni, creature fantastiche e inquietanti. Restavo a lungo muto con gli occhi fissi su di loro e sul David, in preda a una sorta di soggezione più che di rispetto. E la mente mi si affollava di interrogativi di ogni genere…Mi interrogavo su quel mondo che li aveva generati e su come doveva essere stata la mia Firenze tra il Quattrocento e il Cinquecento… Mi trastullavo, sognando ad occhi aperti, con l’idea di essere vissuto anch’io in quel tempo: in quegli anni miracolosi, durante i quali erano esplosi e fioriti i semi piantati dal Rinascimento e dall’Umanesimo…Così entrai a poco a poco nel mondo, nella vita di quella Firenze rissosa, piena di vita, traboccante intelligenza ed energia. E soprattutto creatività, che alla fine è figlia e anche madre dell’immaginazione. (Autobiografia, p. 510-11)

Firenze si era ribellata contro il dominio dorato dei Medici, e li aveva esiliati. Aveva poi mandato sul rogo il folle frate Girolamo Savonarola, per la sua interpretazione fondamentalista dei vangeli e per il suo intemerato monito alla Chiesa perché ritornasse al giusto insegnamento di Cristo. È molto strano che dopo tanti secoli la Chiesa, che ha chiesto perdono per tanti torti commessi contro questo o contro quello, non abbia ancora sentito il dovere di perdonare (o piuttosto di implorare il suo perdono, come sarebbe più giusto) quel visionario, folle quanto si vuole, ma che ben aveva saputo vedere avanti: come coloro che “han l’occhi aperti quando altrui dormia”. E Savonarola gli occhi li teneva non aperti, ma spalancati su quello che stava per succedere alla Chiesa per colpa dei Papi che allora la governavano, e che travolse tutto il mondo cristiano, che da allora non è stato più lo stesso. (Autobiografia, pp. 511-12)

La morte di papa Pio XI

(10 febbraio 1939) Da scuola siamo andati subito con Carmelo e Alfredo (compagni al Liceo artistico) a San Marco a dire una preghiera per quel papa che ci era simpatico e diceva sempre quello che pensava. In chiesa c’era una grande commozione. Padre Domenico stava coprendo ogni cosa con panni neri e viola e ci ha chiesto di dargli una mano a mettere sull’altare maggiore il grande ritratto del Papa; di solito appeso in sacrestia. Poi è apparso padre Spinillo, pallido e invecchiato, come se fossero passati dieci anni.  Ci ha guardati appena ed è scomparso su per le scale che portano al convento. Quando abbiamo finito di aiutare fra Domenico, siamo andati verso il chiostro, senza sapere bene che cosa fare. A un certo punto abbiamo sentito delle voci nel corridoio. Ho udito distintamente un frate che diceva: “Ti dico che l’hanno ammazzato” …Ci siamo nascosti dietro un angolo per capirci qualcosa…I frati erano sicuri che la notte prima i fascisti lo avevano avvelenato…

(11 febbraio 1939) …La zia mi ha portato a San Marco a una grande cerimonia per il papa. La predica di padre Coiro ha suscitato una grande commozione. Non ho mai sentito la sua voce così triste, profonda e intensa. La zia piangeva; è convinta che ci sarà una guerra e secondo lei è proprio questo che padre Coiro ha voluto dirci nella sua predica…Domani si torna a scuola, ed è anche il mio compleanno. La zia ha preparato un dolce a sorpresa. (Autobiografia, pp. 45-46, dalle pagine del diario personale).

La Pira e i giovani a San Marco, anni Trenta

La Pira e i partigiani

Ricordo i carri armati tedeschi attraversare la mia piazza San Marco, quando entrarono a Firenze, l’11 settembre 1943. Da quel momento, i nemici divennero loro e gli amici erano gli Alleati, come da tempo sentivamo nei nostri cuori. Intanto, a tutti i giovani era stato ordinato di arruolarsi nell’esercito repubblichino, pena la Corte marziale e il plotone di esecuzione.

Parlai a lungo della situazione con qualche amico che era in pericolo come me, e decidemmo di andare a chiedere consiglio al professor La Pira; ci accolse con un’aria triste che gli era inconsueta. Gli confidammo la nostra preoccupazione e le nostre incertezze. Non ci rispose subito. Andò ad aprire la finestra della sua cella e, indicando i monti a nord di Firenze, ci disse che, di tutte le possibilità che avevamo dinanzi, quella di andare con i partigiani era l’unica che consigliava. “Ricordatevi sempre, però”, aggiunse con un lieve e amaro sorriso, “che nazisti, fascisti e comunisti sono purtroppo la stessa cosa. Cercheranno di ghermirvi l’anima e la mente. Ma voi, se starete ben vigili, saprete come difendervi”. Parole semplici ma durissime, che non ho mai dimenticato e mai dimenticherò. (Autobiografia, pp. 57-58).

Zeffirelli a 17 e 18 anni

San Marco, sessanta anni dopo

Alla fine di giugno 2003 tornai a Firenze…Ci fu una cena solenne nel Museo dell’Accademia, proprio sotto lo sguardo severo del mio adorato “Ragazzo di Firenze” (il David) …Sedendo a quella tavolata lunga quanto tutto il museo e superbamente imbandita, mi ritornò alla memoria, inevitabilmente, quel tempo lontano quando, nell’intervallo delle lezioni all’Accademia, andavamo a mangiare i nostri panini con la mortadella proprio lì, sotto il David e accanto ai Prigioni. Il menù del pranzo, ovviamente, era una miniera di squisitezze, ma il gusto di quella mortadella divorata più di mezzo secolo prima in quel sacro luogo lo ricordavo di gran lunga più saporito…Alla fine della cena, dopo una serie di discorsi e di saluti piuttosto noiosi, secondo la norma, uscimmo in pochi amici di vecchia data per andare a sederci sulle panchine di piazza San Marco, che è a pochi passi dal Museo. E ritornarono, com’era facilmente prevedibile, tanti ricordi: le nostre uscite di scuola dopo le lezioni, gli amici scomparsi, l’arrivo dei carri armati tedeschi di cui quella piazza era stata teatro, l’8 settembre 1943. (Autobiografia, p.509)

Nella basilica di San Marco, 2004

Basilica di San Marco, conferimento della medaglia “Beato Angelico” (18/02/2004). Alcuni passaggi, in libera trascrizione, del discorso di Zeffirelli:

L’emozione della memoria

Scusate, vacillo un po’ per guai di salute, ma anche veramente per l’emozione. È difficile descrivervi la temperatura di questa emozione, perché va talmente indietro nel tempo…a memorie che mi sono care, che sono legate a un momento straordinario della mia vita, quello dell’infanzia e adolescenza. Quando maturai e scoprii praticamente tutti i valori dell’esistenza, dell’arte e della cultura proprio qui, in questa grande chiesa (di San Marco) e nel meraviglioso chiostro e qui, nella nostra associazione dell’Azione Cattolica, tenuta dai padri domenicani. Qui ho cominciato con la prima Comunione e con la Cresima…Qui ho cominciato ad avvicinarmi alla musica, nella schola cantorum dei padri domenicani…Mi ricordo di padre Gabriele Coiro, priore di San Marco, che proprio qui celebrava la domenica mattina, a mezzogiorno, in anni molto difficili, i tardi anni Trenta, quando già si stava delineando la mostruosità del confronto fra le dittature e il mondo occidentale, il mondo democratico, la cristianità…e le parole di padre Coiro, che richiamavano folle di fiorentini, erano messaggi di pace, di democrazia e di libertà, in cui, anche senza riferimenti troppo specifici (è il caso di una predica contro le leggi razziali), si lasciava intendere perché arrivava ai cuori, facendo capire la sostanza delle idee e del sentimento …In un momento così difficile e confuso della vita come la prima adolescenza, che per noi fu particolarmente difficile, padre Coiro è stato un grande educatore che ci faceva risuonare la verità attraverso l’essenza del sentimento della verità, e non la sua esplicita enunciazione. Al tempo stesso, insieme a lui c’era un uomo come La Pira, ed è inutile che vi ricordi quanto l’ho amato e quanto gli debbo.

Ho udito una volta loro due (padre Coiro e La Pira), proprio qui in sagrestia. La Pira faceva un po’ di propaganda sociale con un gruppo di operai e impiegati, mentre padre Coiro stava a sentirlo. A un certo momento, padre Coiro irruppe nella sala e disse: “Ma cosa parli di marxismo e socialismo, quando tutto questo è già nel Vangelo, nella parola di Cristo?”. Al che La Pira, con atto di vera umiltà, disse: “Sì, grazie, mi hai ricordato la verità”. Ho visto, da ragazzino, questi scontri tra uomini straordinari e, di quella cultura (che ci ha illuminato tanto), sono rimasto impregnato.

Quelli di San Marco

Il mio cuore è colmo di emozione, di emozione proprio infantile, quella con i lacrimoni che vogliono venire fuori…ma non glielo permetto!

Sapete che nel mio cuore c’è un affetto profondissimo per Firenze, naturalmente, ma in particolare per questa zona qui, per San Marco, dove rimbombano ancora le nostre grida, le nostre canzoni, le nostre corse, i nostri giuochi, i momenti terribili.

Ancora, sono tutti lì, perché siamo tutti lì, i vivi, i morti e quelli che verranno.

Siamo tutti insieme, nel segno superiore della Grazia divina.

(Franco Zeffirelli)

 

a cura di Alessandro Santini

Per saperne di più:

Biografia sul sito della Fondazione Zeffirelli

Franco Zeffirelli, Autobiografia, Mondadori, Milano 1986 (i riferimenti alle pagine nel testo si riferiscono all’edizione Oscar Mondadori Best sellers 2008).

Franco Zeffirelli, Zeffirelli: la mia storia vera. Eccomi, son figlio di NN, in “Vita” (9/08/2002)

Associazione Beato Angelico per il Rinascimento, Conferimento della medaglia “Beato Angelico” a Franco Zeffirelli, 18/02/2004. Video.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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