Una mamma al museo, terza puntata

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Sono passate alcune settimane dalla mia prima visita al Museo di San Marco e finalmente sono riuscita a tornarci. Purtroppo durante la settimana per noi è impossibile venirci: è aperto solo di mattina, mentre i ragazzi ed io abbiamo scuola e lavoro. Ci restano il sabato e, quando è aperto, la domenica: che sono poi i giorni della settimana più ricchi di impegni.

Questo sabato mattina io e Silvia siamo volute tornarci e abbiamo portato anche i bambini: Guglielmo, primogenito di Silvia, Lapo e Cosimo, rispettivamente mio secondogenito e nipote, che hanno tutti otto anni: vediamo se questo posto riesce ad affascinare anche loro come ha fatto con noi.

Strada facendo abbiamo spiegato ai bambini che in questo museo, che prima era un convento, hanno vissuto dei frati molto famosi, come Beato Angelico e Girolamo Savonarola. Sono rimasti particolarmente colpiti dalla storia del frate accusato di eresia, che fu impiccato e bruciato in Piazza della Signoria. Oggi nel nostro Paese, e in molti altri per fortuna, non dobbiamo più assistere a questo genere di esecuzioni; ma per loro, che ancora sono bambini, il fatto che un uomo possa essere ucciso da altri uomini in modo così atroce, non è contemplato. Sono piccoli e non sanno che molte crudeltà ancora oggi esistono; noi grandi avremmo tanto da imparare da loro, eppure siamo convinti del contrario.

Abbiamo raccontato loro la storia del Savonarola e della campana che suonò ininterrottamente quando il convento fu assediato dai Palleschi e dagli Arrabbiati e, ovviamente, appena entrati vogliono subito andare a vederla. Non hanno mai visto una campana da vicino e restano affascinati dalle sue dimensioni e dalle sue decorazioni.

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Un assistente del museo, che si chiama Alessandro, spiega loro la storia della processione della Piagnona, dopo il rogo di Savonarola; di come fosse stata frustata dal boia incappucciato lungo le strade di Firenze, affinché i suoi abitanti vedessero che fine facevano quelli che, come Savonarola, inveivano contro la politica della famiglia Medici e la corruzione della Chiesa. I bambini, come anche Silvia ed io, restano rapiti dai racconti di Alessandro. Sono, però, contrariati dall’epilogo della storia: in fondo Savonarola non aveva mica fatto niente di così sbagliato, diceva solo quello che pensava. Come se questa fosse una cosa da non farsi: ognuno sarà pur libero di dire quello che pensa! E’ un po’ difficile spiegare a dei bambini che allora le cose andavano in modo un po’ diverso, ma una cosa è certa: ora sono tutti soddisfatti di essere nati negli anni duemila e non ai tempi dei Medici.

Alessandro racconta anche ai bambini che in quella sala, nel grande affresco della Crocifissione dell’Angelico, è appena stato scoperto un nuovo particolare di cui nessuno fino ad ora si era accorto. Si tratta di un piccolo Gesù crocifisso, dipinto ad un’altezza tale che anche i ragazzi sono in grado di vederlo: li sfida a trovarlo.

I ragazzi si organizzano dividendo in tre parti l’enorme affresco sulla parete di fondo e, in pochi minuti, Lapo avvista il piccolo crocifisso nella parte centrale, saltando di gioia per essersi accaparrato il primato di averlo scoperto.

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Dopo che Alessandro ha finito di spiegare ai ragazzi altre curiosità della Sala del Capitolo, lo ringraziamo dell’inaspettata quanto gradita visita guidata e proseguiamo il nostro percorso verso la Sala del Lavabo. I bambini restano delusi: speravano di trovarci dell’acqua, una fontana, qualcosa per rinfrescarsi dal caldo tremendo di oggi; invece oggi il lavabo non c’è più. Spieghiamo loro che prima il lavabo c’era, la sala successiva era infatti quella destinata al Refettorio, e qui i frati si lavavano le mani prima di andare a mangiare.

Guglielmo, il solito precisino, ci tiene a farci notare che non importava dirlo che questo era il Refettorio: si capisce benissimo che qui i frati mangiavano, basta vedere cosa è dipinto nell’affresco in fondo alla sala! Anche se, in realtà, sulla lunga tavola della Cena miracolosa dipinto da Giovanni Antonio Sogliani, di cibo ce n’è ben poco, solo pane; ma ci siamo detti che, forse, è perché i frati, in quanto mendicanti, erano soliti consumare pasti piuttosto frugali.

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Mentre stiamo per avviarci verso l’uscita della sala, Cosimo ci chiama per farci notare che il dipinto accanto all’affresco, riporta il nome di una donna, e ci domanda: «Ma prima anche le donne facevano le pittrici? Io non ho mai sentito parlare di una pittrice famosa».

In effetti il bambino non ha tutti i torti. In soccorso della nostra ignoranza si avvicina l’assistente museale Ginevra. Ha lunghi e lisci capelli scuri che incorniciano un viso dolce come il suo sguardo; da un po’ ci segue, osservando i nostri piccoli turisti. Alla domanda di Cosimo ci spiega che la pittrice, dall’insolito nome di Plautilla Nelli, è stata la prima pittrice fiorentina, nonché una suora del vicino convento, sempre domenicano, di Santa Caterina da Siena che si trovava un tempo in Piazza San Marco, adesso di proprietà militare. Era diventata suora a soli quattordici anni, dopo che la madre era morta e il padre si era risposato. In convento aveva iniziato a dipingere imparando da sola, osservando e copiando le opere dei grandi maestri, soprattutto quelle di Fra’ Bartolomeo. Non le era certo concesso di studiare o perfezionarsi a bottega da un artista, come facevano i suoi “colleghi” maschi.

Il commento immediato di Lapo fa sorridere noi donne: «Per forza, era una femmina! Alle femmine non era mica permesso di fare le cose da maschi; e poi non avete visto dove hanno messo il suo dipinto? Nel refettorio! Ci mancava solo lo mettessero in cucina!».

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Proseguiamo la visita verso la Sala di Fra Bartolomeo dove è conservato un famoso ritratto del Savonarola. I ragazzi sono curiosi di vedere che faccia avesse questo famoso frate, ma entrando non vediamo nessun dipinto che lo rappresenti. Uscendo dalla sala ci accorgiamo invece che il dipinto c’è, solo che si trova quasi dietro il battente della porta. Lapo resta stupito che lo abbiano messo in quell’angolo: in fondo si tratta di un personaggio che è stato molto importante per San Marco; non meritava forse un pochino più di attenzione? I bambini restano un po’ delusi dal volto di Savonarola: è ritratto di profilo e questo mette anche in evidenza il suo nasone arcuato e sporgente. Loro si erano immaginati un personaggio dall’aspetto marziale, forse; scambiando la forza della retorica per quella delle armi. Le tante storie che hanno sentito oggi, gli hanno fatto dimenticare che Girolamo era anzitutto un frate, contestatore, battagliero, polemista, ma pur sempre un frate.

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Ci avviamo poi verso il Chiostro della Spesa, il cui nome incuriosisce i ragazzi, che sono accaldati e cominciano ad essere stanchi. Sperano che il nome del chiostro indichi la presenza di un qualche punto di ristoro, ma restano delusi.

Si tratta di un piccolo chiostro, tra i due refettori, così chiamato perché, essendo situato sul lato dell’attuale Via La Pira, permetteva un agile rifornimento delle provviste alimentari per il convento dalla strada. In effetti, in quest’angolino, anche oggi un punto di ristoro ci starebbe proprio bene. Ci sediamo un momento a mangiare un pacchetto di biscotti che abbiamo portato da casa, conoscendo i nostri pargoli e, con la fantasia, mi immagino un piccolo bancone in legno chiaro sotto le volte del chiostro, dalla parte degli uffici, alcuni tavolini nei restanti lati coperti, e magari qualcuno al centro del chiostro. La possibilità di una sosta per bere una bibita fresca, un the o un cappuccino, magari accompagnati da una golosa fetta di torta. Ma è possibile che la mia testolina pensi sempre al mangiare? E dire che avevo giurato di volermi mettere a dieta. Però non è male come fantasticheria!

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Mentre sostiamo a frescheggiare, i ragazzi si accorgono che nel cortiletto attiguo, detto Corte del Granaio, su un alberello di camelia in un grande vaso, due uccellini hanno fatto il nido. Si tratta di due merli, e per fortuna l’accesso al cortile è interdetto da un cordone rosso; altrimenti i due pennuti non so se sarebbero sopravvissuti all’entusiasmo dei ragazzi.

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Proseguiamo la nostra visita e la loro attenzione viene catturata da un grande schermo dotato di mouse, proprio alla loro altezza, all’ingresso del “Museo di Firenze Antica”. Un museo all’interno del museo? Che sorpresa!

Si tratta di una trovata molto accattivante, che permette di vedere come era la nostra città nel Medioevo. Le sedi delle antiche corporazioni, i quartieri, le piazze, il ghetto, i palazzi delle famiglie borghesi. Il raffronto fotografico fra ieri e oggi è davvero istruttivo. I bambini restano affascinati nel vedere com’era Piazza della Repubblica. Oggi sulla piazza si affacciano palazzi e locali lussuosi, ma fino alla fine dell’Ottocento era la piazza del mercato centrale. Sono cambiati davvero tanto il suo impiego, le sue dimensioni e, di conseguenza, il suo aspetto. Leggiamo anche che la Loggia del Pesce è stata incredibilmente smontata pezzo per pezzo, e rimontata nell’attuale Piazza dei Ciompi.

Il confronto per immagini è un metodo di apprendimento davvero efficace, anche i bambini ne restano colpiti. Vorrebbero che tutti i musei lo utilizzassero. E che tutti i musei avessero del personale così prodigo di aneddoti e curiosità, come Alessandro e Ginevra.

In giro per l’Europa i nostri bambini di musei ne hanno visti di ogni tipo. Spesso abbiamo trovato soluzioni che permettono ai ragazzi un primo approccio all’arte. Che rendono anche per loro interessante la visita, invece di doverseli tirare dietro sbuffanti e insofferenti, mentre chiedono continuamente quanto manchi alla fine.

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Oggi visitare il piano terra ha richiesto quasi un’ora di tempo. E’ abbastanza per la capacità di attenzione di tre bambini di otto anni; che sono rimasti molto soddisfatti, e noi con loro. Prepararli prima su cosa avrebbero visto è stata una mossa azzeccata, ma la disponibilità del personale del museo ha sicuramente contribuito alla riuscita della giornata. Ora dobbiamo rientrare a casa, ma proponiamo ai ragazzi di tornare anche il prossimo sabato, e loro accettano con entusiasmo la proposta.

A sabato prossimo, Museo di San Marco!

Paola Giannò

Paola Giannò, fiorentina, lavora per una grande società di assicurazioni. Ama la sua famiglia, leggere, viaggiare, cucinare e dedicarsi a svariate attività artigianali e creative. Ha sempre scritto, anche quando i racconti e i personaggi da cui era abitata non venivano tradotti in parole su carta. 

Vai alla puntata precedente Una mamma al museo, seconda puntata

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2 risposte a “Una mamma al museo, terza puntata

  1. Alessandro Bencistà

    Leggendo quello che hai scritto mi è venuta voglia anche a me di andarlo a vedere magari con le spiegazioni di Alessandro e Ginevra. Comunque grazie alle tue descrizioni è un po come se lo avessi visto davvero. Adesso è rimasta solo una puntata ma sono sicuro che sarà interessante come le altre. Grazie Paola.

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  2. Molto bello! l’articolo cattura l’attenzione!!! vorrei essere uno dei bimbi che porterai al prossimo appuntamento con il museo.
    Non ti fermare….. continua anche dopo la 4a puntata.
    donatella

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