Una mamma al museo, prima puntata

chiostro_santantonino_con_affresco_angelico

Oggi doveva essere una giornata particolare e in effetti lo è stata. Non nel modo in cui pensavo ma lo è stata. Eccome se lo è stata. I ragazzi erano impegnati tutto il giorno per un torneo di calcio fuori Firenze. Stamattina la sveglia è suonata presto, talmente presto che sembrava quella normale dei giorni di scuola. Erano emozionati e in agitazione per le partite importanti che li aspettavano contro altri ragazzini come loro, ma di squadre di prim’ordine. Sognavano di incontrare calciatori famosi, qualcuno di quelli dell’album delle figurine. Di primo mattino, con i sensi ancora assopiti e l’ansia di scordare qualcosa, i borsoni del calcio erano stati preparati e, in pochi minuti, i miei ometti sedevano già nella macchina del babbo, pronti per la tanto agognata trasferta.

Come non succedeva da tempo, tanto tempo, io mi stavo già pregustando una giornata in centro con la mia amica Silvia. Una giornata tutta per noi due sole. Avremmo potuto girovagare per negozi, divertirci a provare vestiti che non avremmo mai indossato e mai comprato o entrare nei nostri amati negozietti di stupide cianfrusaglie casalinghe. Ci saremmo fermate a far colazione e poi pranzo in qualche localino nuovo, guidate dalla nostra volubile ispirazione e avremmo parlato tutto il tempo di ogni cosa e di niente, per recuperare il troppo tempo trascorso dal nostro ultimo incontro da sole. Avremmo parlato tanto, ma sicuramente mai abbastanza. A due amiche il tempo per parlare non basta mai. C’è sempre qualcosa, qualcos’altro da dirsi. A quattordici anni come a quaranta. Uno fra i tanti misteri dell’universo femminile.

Ho parcheggiato la macchina sui viali e mi sono incamminata nell’aria fresca del primo mattino di settembre verso Piazza San Marco, dove avevo appuntamento con Silvia. Non volevamo perderci neanche un minuto di quella bellissima giornata e proprio per questo avevamo fissato di incontrarci molto presto.

Ero quasi arrivata quando sento vibrare il cellulare nella tasca esterna della mia borsa.  Un’antipatica sensazione mi prende la bocca dello stomaco, trattengo per una frazione di secondo il respiro e recupero il telefono per guardare chi mi scrive così presto di sabato mattina: è Silvia. Ha un problema con il figlio più piccolo… arriverà in ritardo. Conoscendola, sarà un bel po’ in ritardo. Devo trovare un modo per ingannare il tempo.

Arrivo in Piazza San Marco. Era tanto che non venivo in centro e mi accorgo subito che la piazza è cambiata. Dalla parte opposta alla chiesa stanno facendo dei lavori e il marciapiede è tutto transennato, praticamente impraticabile, così tutti gli esercizi commerciali che vi si affacciano. Anche la fermata dell’autobus è stata spostata a causa del cantiere. Di sabato molti uffici e scuole sono chiusi ma, nonostante ciò, oltre le transenne c’è una gran confusione: un continuo viavai di operai con le loro polverose tute arancioni, due piccole ruspe gialle si danno un gran daffare, mentre un gruppetto di addetti ai lavori sta discutendo animatamente intorno a enormi rotoli di fogli appoggiati su un tavolo improvvisato. Il bar all’angolo è chiuso perché irraggiungibile a causa dei lavori. Non mi viene proprio nessuna idea su come ingannare l’attesa.

Sarà stato il fresco del mattino o la tanta acqua bevuta a colazione, oltre alla necessità di trovare un posto dove sedermi per aspettare Silvia, il mio organismo richiedeva anche un’altra ben più elementare esigenza che non sapevo proprio come soddisfare.

Mentre cercavo inutilmente di farmi venire qualche idea mi guardo intorno e mi rendo conto che la piazza, ad eccezione degli operai, è deserta. Il mio sguardo viene però catturato da uno strano personaggio che esce dal portone della Chiesa di San Marco, e si dirige verso Via La Pira per svoltare rapido l’angolo. È un uomo, non molto alto, che si muove con piccoli passi svelti, reggendo nella mano destra una valigetta di pelle nera. È completamente vestito di scuro: le scarpe, i pantaloni, l’impermeabile, così come scuro è il cappuccio della felpa che ha calato fin quasi sugli occhi. Un tipo davvero bizzarro. Stamani l’aria è fresca, ma non certo da indossare impermeabile e cappuccio.

Incuriosita dal tipetto in scuro che ha appena percorso il marciapiede, il mio sguardo si sofferma sul portoncino accanto a quello della chiesa. Ha di fianco una targa dai caratteri quasi illeggibili e la mia curiosità mi spinge ad avvicinarmi per capire cosa indica: “MUSEO DI SAN MARCO” e, sotto, i diversi giorni della settimana con gli orari di apertura.

targa-museo-san-marco

Varcando la soglia del portone del museo sorrido fra me e me: in modo del tutto inatteso ho trovato come risolvere entrambe le mie esigenze.

Percorro il perimetro del chiostro, le mie scarpette risuonano nel silenzio dell’ora mattutina sotto le deserte volte imbiancate. Assolta la prima urgenza, torno rapidamente a godermi la pace che si respira appena entrati nel Chiostro di Sant’Antonino. Forse è la perfezione delle sue geometrie o magari la cura del rigoglioso giardino straripante di fiori multicolori nella parte centrale, immediatamente sento il desiderio di sedermi su una delle sedie disposte tutt’intorno per poter ammirare con calma l’ambiente. È ancora presto, non ci sono turisti in giro, sicuramente l’orario migliore per visitare un museo. Non sopporto la calca dei turisti, ormai non sopporto proprio più la calca, credo sia un segno ineluttabile del passare del tempo, del mio tempo.

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In cima ad ogni colonna il capitello si ripete sempre uguale, nello stesso ed essenziale stile: è di ordine ionico e la mia memoria corre veloce alle parole della mia professoressa di storia dell’arte del liceo, che allora sembravano gettate al vento. A quindici anni, di colonne e capitelli non me ne poteva importare di meno, oggi invece resto rapita da come la semplicità di questo particolare sia perfettamente in sintonia con il luogo. Come è cambiata negli anni la mia capacità di apprezzare il valore delle cose, dell’arte, dell’opera dell’uomo.

capitelli-ionici

Proseguo lungo i quattro lati del chiostro per leggere da vicino le piccole insegne accanto ad ogni porta: sala del Capitolo, sala del Lavabo, sala dell’Ospizio. Mi siedo nuovamente, questa volta lungo il muretto in pietra che corre sotto le colonne, e il mio sguardo si sofferma sulla leggera altura che si intravede al centro del cortile, per cercare di capire cosa si nasconda sotto le siepi fiorite. Quasi mi avesse letto nel pensiero, una voce alle mie spalle domanda: «Si sta forse chiedendo cosa nascondono quei fiori?». Mi volto e, come per magia, si materializza il personaggio che avevo visto poco prima in Piazza San Marco svoltare l’angolo di Via La Pira. Senza l’impermeabile e il cappuccio calato sugli occhi non è più così bizzarro: indossa dei normalissimi pantaloni e una giacca blu, ha uno stemma dorato ricamato sul bavero e la stessa camicia azzurra dell’addetto all’ingresso: è sicuramente un membro dello staff del museo, e io che con la mia fervida fantasia chissà quale mistero avevo immaginato. Eppure, a ripensarlo con il cappuccio calato sugli occhi, mi ricorda qualcuno che al momento mi sfugge.

Con voce pacata, l’assistente museale che dalla targhetta vedo chiamarsi Carmelo, mi spiega che al centro del chiostro, fino a pochi anni fa, svettava un bellissimo cedro del Libano. Era altissimo, più alto del convento stesso e, in tutta la sua imponenza, nel tempo era ormai diventato parte del museo. Era anche lui uno dei suoi custodi, sicuramente il più devoto, visto che gli toccavano anche le notti e i giorni di chiusura.

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Il 19 settembre del 2014 Firenze era stata devastata da una terribile bufera di acqua e vento, i danni in città erano stati incalcolabili e anche il cedro ne aveva subiti. Per motivi di sicurezza, ma con grandissimo dispiacere, era stato abbattuto e fu deciso di lasciare un pezzo del suo tronco da una parte, a memoria dei posteri. I fiori della parte centrale, come posti su un’altura, sono anch’essi a ricordare l’antico sorvegliante.

Il tempo è passato senza che me ne accorgessi, gruppi di turisti iniziano ad arrivare e Carmelo si allontana per tornare alla sua postazione di lavoro. Prima di andarsene, però, mi segnala che, se volessi attendere, più tardi, precisamente a mezzogiorno, qualcuno dei suoi colleghi terrà una visita guidata gratuita compresa nel biglietto d’ingresso. Il punto di ritrovo è proprio qui nel chiostro e non è necessario prenotare.

Il suggerimento è sicuramente allettante, credo che ne parlerò con Silvia; proprio nel momento esatto in cui la penso, il cellulare vibra ed è lei che mi avvisa che sta arrivando. Silvia è una guida turistica e conosce molto bene il museo; tante volte ci eravamo ripromesse di visitarlo insieme ma, come spesso succede, avevamo sempre rimandato. Sicuramente la visita interesserà anche lei, non tanto per i contenuti storici e artistici che già conosce, ma per il fatto di ascoltarli direttamente dalla voce di chi il museo lo vive e lo ama ogni giorno dell’anno. Rappresenterà sicuramente un arricchimento fuori dall’ordinario. Aspettaci, Museo di San Marco, ché torneremo.

Paola Giannò

Abbiamo chiesto a Paola Giannò, un’amica con la passione della narrazione, di visitare per noi il Museo di San Marco e restituircene l’esperienza dal punto di vista di chi l’arte non la frequenta per mestiere. Ne è venuto fuori Una mamma al museo: racconto in quattro puntate, esperimento a metà tra autofiction e guida dal basso, che vi proponiamo a partire da questo mese, a cadenza mensile.

Lo sguardo del non addetto ai lavori, in questo caso di una mamma apparentemente spaesata nelle sale di un museo, è spesso più attento di quello dell’esperto d’arte a cogliere, di un luogo, le sfumature, i dettagli nascosti, le visioni e le voci di chi quel luogo lo vive e lo custodisce tutti i giorni. Buona lettura.

Paola Giannò, fiorentina, lavora per una grande società di assicurazioni. Ama la sua famiglia, leggere, viaggiare, cucinare e dedicarsi a svariate attività artigianali e creative. Ha sempre scritto, anche quando i racconti e i personaggi da cui è abitata non venivano tradotti in parole su carta.

chiostro-dettaglio

5 risposte a “Una mamma al museo, prima puntata

  1. Paola Beritelli

    Veramente interessante. In fondo è così che molti di noi entrano in un museo, per passare un’ora, perché non si sa dove aspettare qualcuno.. poi magari arriva la magia inaspettata di un museo”diverso”. Bella anche l’idea di fare più puntate ,sarà un modo per scoprire le tante parti del museo con gli occhi di” una di noi”.

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  2. Alessandro Bencistà

    Ciao, sai che scrivi molto bene? È veramente un piacere leggerti e infatti sono arrivato in fondo velocemente. Hai anche un modo di scrivere che cattura il lettore e ti assicuro che sono molto curioso per quello che leggerò nelle prossime puntate. Aspetterò pazientemente. Per il momento ptanti complimenti e a presto.

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  3. Ringrazio Paola per avermi invitato in questo blog.
    Di certo il suo racconto è denso di un grande amore per questa stupenda città.
    Per me, lombardo sceso a Firenze per lavoro, le indicazioni di Paola non possono che essere utili; il suo modo di scrivere molto scorrevole, ha suscitato in me una grande curiosità per il luogo descritto e sicuramente andrò a visitarlo.
    Grazie Paola e spero di leggere molto presto le prossime puntate.
    Marco

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  4. ornella de lullo

    Grazie Paola ! ho letto tutte le puntate finora pubblicate ! Mi piace molto la sua scrittura così semplice, pulita, diretta, calda.
    La lettura dei suoi racconti è davvero piacevole.
    Io vivo a Roma, ma ho un legame speciale con Firenze e ci torno spesso durante l’anno.
    Sono una vera appassionata del Beato Angelico quindi può immaginare quanto io adori il Museo di San Marco, è un luogo dell’arte e dell’anima.
    Mi commuovo ogni volta che ci vado, purtroppo non riesco ad andarci sempre, ma due mesi fa durante la mia ultima trasferta fiorentina ho sentito il bisogno di passare a trovare il Beato Angelico e il Savonarola ! Come sempre, ne sono uscita serena e arricchita.
    alla prossima.

    Ornella

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