Il crocifisso segreto di Beato Angelico, l’albero dei domenicani, la vite mistica e altre divagazioni attorno all’affresco del Capitolo di San Marco

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Anche se il restauro della grande Crocifissione di Beato Angelico, nella sala del Capitolo di San Marco, si è concluso prima dell’estate 2014, solo pochi giorni fa, in occasione della conferenza di presentazione al pubblico del relativo volume di studi, è stata resa nota la scoperta, all’interno dell’affresco, di una piccola sagoma cruciforme. Poco più di un’ombra, enigmatica e suggestiva, riapparsa dopo secoli di oblio.

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UNA CROCIFISSIONE UNICA

Varcata la soglia del Capitolo domenicano di San Marco, impossibile non essere rapiti dalla monumentale Crocifissione, affrescata da Beato Angelico, verosimilmente entro il 1442. Non una semplice narrazione del racconto dei Vangeli, come era in uso nelle sale capitolari, in scene spesso affollatissime e drammatiche, bensì la grandiosa contemplazione della morte di Cristo, centro e culmine della storia universale e del destino dell’uomo. Un evento storico, spirituale e teologico, a cui partecipano, ai piedi della croce, personaggi nuovi che rappresentano la Firenze dei primi Medici, il convento di San Marco e la Chiesa intera, con i dottori della fede e i fondatori degli ordini.

Pittura fisica e metafisica allo stesso tempo, quella dell’Angelico. Le figure, umane, solide e solenni alla maniera di Masaccio e Nanni di Banco, e al tempo stesso eleganti e nobili come quelle di Ghiberti (ma con un naturalismo nei volti ed un sentimento interiore, diverso per ogni personaggio, che è tutto dell’Angelico), vivono in uno spazio che è sì a tre dimensioni, e quindi umano e verosimile, ma che, nell’assenza di ogni riferimento geografico, naturale o paesistico, si presenta essenzialmente astratto (e doveva esserlo anche con l’originale sfondo blu, come ben dimostra, nel chiostro, San Domenico che abbraccia il Crocifisso, dal paesaggio “lunare”).

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È la rappresentazione di una realtà che, pur mostrandosi tangibile e terrena, storica e umana (come lo sono le figure che assistono alla crocifissione), inevitabilmente, ma con estrema naturalezza (e senza bisogno di sfondi dorati), si trasfigura in una dimensione “altra”, che si pone oltre la contingenza storica, proponendosi come verità universale.

SAN DOMENICO PROTAGONISTA

Anche l’ordine domenicano, con grande risalto, partecipa a questa contemplazione universale della Crocifissione. Non solo perché alla scena prendono parte Domenico, Pietro Martire e Tommaso d’Aquino (i primi tre santi domenicani), ma anche per il fatto che, significativamente, la figura di San Domenico assume, per la sala del Capitolo, un ruolo di riferimento del tutto speciale. Beato Angelico, infatti, dipinge il fondatore per ben tre volte.

Sopra il portone di ingresso, introduceva alla funzione istituzionale del Capitolo la lunetta raffigurante San Domenico che mostra le verghe della disciplina e il libro della Regola (molto rovinata, oggi ricollocata, con la sinopia, all’interno della sala).

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La sala capitolare è il luogo degli incontri ufficiali e delle assemblee, dove, sotto la guida del priore, si discutono tutte le questioni concernenti la vita del convento. Ma il Capitolo è anche il luogo dove, in una sorta di esame di coscienza collettivo, si amministra la “disciplina”, ovvero si confessano pubblicamente le violazioni della Regola e si dispone la penitenza.

All’interno della sala, nella grande scena della Crocifissione, è San Domenico, inginocchiato sotto la croce, ad aprire, emblematicamente, la schiera dei dottori, fondatori e pastori della chiesa: le braccia allargate in un gesto di contemplazione orante, lo sguardo teso sul crocifisso, ad esprimere compassione e contrizione.

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Al di sotto della grande Crocifissione, come una predella, si snoda un lungo fregio a nastro, composto da diciassette tondi figurati, su sfondi di azzurrite, che ritraggono, a mezzo busto, santi e beati dell’ordine domenicano (si vedono ancora tracce di iscrizioni con nomi e titoli; i beati, per distinguerli dai santi, hanno l’aureola “raggiata”).

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Nel tondo centrale, fulcro compositivo e simbolico, è dipinto (per la terza volta) il fondatore Domenico, da cui si dipartono due rami sinuosi che legano insieme papi, cardinali, patriarchi, vescovi, maestri dell’ordine, teologi e martiri, disposti a coppie, con gerarchica simmetria, uno a destra e uno a sinistra del fondatore (due papi, due cardinali, due patriarchi, due vescovi ecc.). Alcune aureole, così come le iscrizioni, sono state modificate (quando i beati sono diventati santi), così come alcuni personaggi. Evidente il caso di Sant’Antonino Pierozzi, contemporaneo dell’Angelico, aggiunto dopo la sua canonizzazione (1523), ridipingendo una precedente figura.

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L’ALBERO DEI DOMENICANI

Quando non si utilizzino espressioni più generiche quali ritratti “di santi e beati” o “di illustri domenicani”, il fregio figurato è tradizionalmente associato all’immagine dell’ “albero” dell’ordine domenicano, una lettura che compare già, con ricchezza di dettagli, nelle Vite di Giorgio Vasari (1568):

Di sotto a questa opera (la Crocifissione del Capitolo) fece in un fregio, sopra la spalliera, un albero che ha San Domenico a’ piedi; et in certi tondi, che circondano i rami, tutti i papi, cardinali, vescovi, Santi e maestri di teologia, che aveva avuto insino allora la religione sua de’ frati predicatori. Nella quale opera, aiutandolo i frati, con mandare per essi in diversi luoghi, fece molti ritratti di naturale, che furono questi: S. Domenico in mezzo, che tiene i rami dell’albero(seguono tutti i nomi); le quali tutte teste sono veramente graziose e molto belle”.

Vincenzo Marchese (1853), seguendo Vasari, scrive: “(l’Angelico) collocò pertanto nel bel mezzo il fondatore dell’ordine de’ Predicatori in atto di reggere con ambedue le mani il tronco di un albero, i cui rami si distendono a destra ed a sinistra…formando nelle loro volute sedici tondi…”.

Ritroviamo l’immagine dell’albero in autori più recenti, fra cui William Hood: “Albero domenicano…Albero dell’Ordine domenicano…Albero” (HOOD 1993); Magnolia Scudieri: “rami dell’albero domenicano” (SCUDIERI 1999), “ramiceppotronco” (SCUDIERI 2016); Timothy Verdon: “alberotronco dell’albero dell’Ordinealbero vivente del suo Ordine” (VERDON 2015).

Altri, invece, preferiscono una variante “genealogica”, come Umberto Baldini: “albero genealogico dell’Ordine domenicano” (BALDINI 1970); Giorgio Bonsanti: “genealogia domenicana” (BONSANTI 1998); Sara Giacomelli: “albero genealogico” (GIACOMELLI 2008).

Questa immagine dell’ “albero”, o “albero genealogico dell’Ordine”, diffusa anche in ambito benedettino, ma soprattutto domenicano, francescano e agostiniano, deriva dalla commistione di molteplici e importanti tradizioni iconografiche medievali: l’ “albero della vita” del paradiso terrestre (da Genesi e Apocalisse); l’ “albero di Jesse”, raffigurazione della genealogia di Gesù (da Isaia); l’ “albero della croce”, di ambito francescano (sviluppo figurativo del Lignum vitae, trattato di San Bonaventura); le “storie della vera croce”, anch’esse tipiche dei contesti francescani, rese popolari grazie alla diffusione della Legenda scritta da Jacopo da Varagine.

Tutte queste intense suggestioni si fondono in una potente icona cristologica, densissima di significati e di rimandi letterari, scritturali e teologici, in cui l’ “albero” è sia “figura” della croce intesa come passione e morte, sia, con i suoi rami e suoi frutti (“albero della vita”), immagine di rinascita/resurrezione e rappresentazione di una discendenza genealogica (quella di Gesù e, per analogia, quella di un ordine religioso, a partire dal tronco, cioè dal fondatore). In ambito domenicano, è ben nota l’immagine in cui dalle mani, dal petto o dal fianco di San Domenico, in piedi o sdraiato (come Jesse), escono fuori tronco e rami dell’albero dell’Ordine.

Albero genealogico domenicano, 1473

Albero genealogico domenicano, 1473

Albero dei martiri domenicani, 1610

Albero dei martiri domenicani, 1610

Albero degli illustri domenicani del Convento San Marco, XVIII secolo (Museo di San Marco, Firenze)

Albero degli illustri domenicani del Convento San Marco, XVIII secolo (Museo di San Marco, Firenze)

 

PRECEDENTI (PIÙ’ O MENO) ILLUSTRI

Per l’immagine dell’ “albero”, Beato Angelico poteva attingere, indubbiamente, ad una ricca e consolidata tradizione (anche miniaturistica), peraltro rifiorita, proprio a Firenze, grazie a celebri opere trecentesche di ambito francescano, quali L’albero della vita di Pacino di Buonaguida per le Clarisse di Monticelli, L’albero della croce affrescato da Taddeo Gaddi nel refettorio del convento di santa Croce e Le storie della vera croce di Agnolo Gaddi nella cappella maggiore della stessa Santa Croce.

Pacino di Buonaguida, Albero della vita, Galleria dell’Accademia (Firenze)

Pacino di Buonaguida, Albero della vita, Galleria dell’Accademia (Firenze)

Taddeo Gaddi, Albero della vita, Refettorio del Convento di Santa Croce (Firenze)

Taddeo Gaddi, Albero della vita, Refettorio del Convento di Santa Croce (Firenze)

Agnolo Gaddi, Leggenda della Vera Croce (dettaglio: Seth che pianta un ramo dell’albero della vita sulla tomba di Adamo), Basilica di Santa Croce (Firenze)

Agnolo Gaddi, Leggenda della Vera Croce (dettaglio: Seth pianta un ramo dell’Albero della vita sulla tomba di Adamo), Basilica di Santa Croce (Firenze)

Per quanto riguarda, poi, la raffigurazione degli esponenti illustri di un ordine religioso (l’accezione “genealogica” dell’albero), si è soliti citare, tra i possibili modelli dell’Angelico, i Quaranta ritratti di domenicani affrescati da Tommaso da Modena nella sala capitolare del convento di San Niccolò a Treviso (1352), notevole per la verosimiglianza degli atteggiamenti e dei volti (come sarà poi nel fregio dell’Angelico).

Tommaso da Modena, Ritratti di illustri domenicani (dettaglio), Sala capitolare del Convento di San Niccolò (Treviso)

Tommaso da Modena, Ritratti di illustri domenicani (dettaglio), Sala capitolare del Convento di San Niccolò (Treviso)

William Hood (HOOD 1993) cita anche, da un contesto francescano, L’albero della vita (o della croce) dipinto probabilmente da Antonio Vite nella sala del Capitolo nel convento di San Francesco a Pistoia (fine XIV sec.): non tanto per l’albero (di fatto una derivazione da Taddeo Gaddi), quanto per il fregio collocato in basso, a mo’ di predella (come sarà poi in Beato Angelico), con dieci tondi con quadrilobi raffiguranti personaggi illustri dell’ordine francescano.

Antonio Vite (attr.), Albero della vita, Sala capitolare del Convento di San Francesco (Pistoia)

Antonio Vite (attr.), Albero della vita, Sala capitolare del Convento di San Francesco (Pistoia)

C’è, però, un esempio ancora più vicino a Beato Angelico, sottovalutato dagli studiosi (anche se citato in HOOD 1993 e GIACOMELLI 2008), che, a nostro parere, rappresenta un riferimento imprescindibile per la lettura del fregio di San Marco. Nel Chiostro Verde di Santa Maria Novella a Firenze, sede storica dei domenicani, sul lato nord (dove è anche la sala capitolare), la parete più vicina alla basilica è decorata con una grande lunetta affrescata, raffigurante l’ “albero della croce e la genealogia dei domenicani”. Di autore ignoto, è databile alla seconda metà del ‘300.

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È la prima immagine che i frati vedevano quando, dal coro, scendevano nel chiostro. L’albero della croce e l’albero dei domenicani si fondono in un’icona originale e unica, dove Cristo e San Domenico costituiscono il tronco dello stesso albero, i cui rami producono frutti (tondi figurati) che ritraggono profeti, evangelisti, storie domenicane e, nei sei tondi alle estremità, personaggi illustri dell’Ordine. Numerose le iscrizioni, sui rami, nei tondi e nei cartigli.

Santi, beati e eminenti figure domenicane si ripetono, con ritmica ossessione, anche sulle volte a crociera lungo l’intero Chiostro Verde, in tondi e quadrilobi figurati, a gruppi di quattro, uno per ogni vela.

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La raffigurazione di santi, beati e personaggi illustri svolge una duplice funzione: mostrare exempla di santità da seguire e, allo stesso tempo, rafforzare il senso di appartenenza all’Ordine. E’ una tradizione iconografica, che in ambito domenicano, è particolarmente attestata: negli alberi genealogici dell’Ordine (popolarissimi, dipinti e a stampa); nei medaglioni dei chiostri (si pensi, ad esempio, al ciclo sei-settecentesco di San Marco); in affreschi o tavole dipinte (oltre agli esempi già citati, ricordiamo la tavola trecentesca delle Effigi Domenicane di Santa Maria Novella, o, per tornare all’Angelico, la predella della Pala di San Domenico e i pilastri della Pala di San Marco).

IL CROCIFISSO SVELATO

Nel fregio figurato della Crocifissione di San Marco, al centro dell’arbusto sostenuto da San Domenico, fra il tronco e l’inizio dei due rami, si nota facilmente, anche ad una certa distanza, un’area più chiara di un tenue color ocra, quasi bianco.

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Ridipinta in epoca imprecisata per renderla uniforme al resto dell’ “albero”, è riaffiorata con il restauro (esemplare) eseguito da Dino Dini (1967-74). Già allora, come mostrano le fotografie, era possibile scorgere, all’interno di quell’area più chiara, la sagoma di una figura. Curiosamente, vuoi perché l’attenzione si è concentrata sulla scena centrale della Crocifissione, vuoi perché le tracce apparivano troppo deboli, nessuno, almeno pubblicamente, sembra essersene accorto. Solo a seguito di recenti indagini conoscitive e di un nuovo restauro (2011-2014), quella sagoma misteriosa, resa più leggibile, ha preso una forma più definita. Ne è stata data comunicazione il 19 aprile scorso, durante la presentazione del quaderno di studi sul restauro (vedi  SCUDIERI 2016, pag. 22).

Quella sagoma, dal profilo abbastanza nitido, è un piccolo Cristo crocifisso. Enigmatico e inaspettato. Assolutamente inedito.

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Si distingue chiaramente, in monocromo, con un gioco di bianchi sul fondo ocra (Angelico è un maestro nell’uso dei bianchi), la figura di un crocifisso, definito da una sottile linea bruna di contorno (ben visibile nell’avambraccio sinistro e nel braccio destro). Si scorgono la testa lievemente reclinata verso destra (si distinguono gli occhi), i fianchi cinti dal perizoma, il braccio orizzontale della croce e, con qualche dubbio, l’aureola (o corona di spine) e una traccia di chiodo nella mano destra. In basso, i piedi, sembrano essere stati “tagliati” dalla linea di contorno del medaglione. Le misure della figura (inclusa la croce) sono di circa 10 x 10 cm., come se fosse inscritta in un quadrato.

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NUOVE SUGGESTIONI

La scoperta del crocifisso arricchisce l’immagine dell’ “albero” di ulteriori significati. Magnolia Scudieri (SCUDIERI 2016) sottolinea il legame fra il Crocifisso e San Domenico, già evidente nella posizione centrale del fondatore, “in linea con la Croce di Cristo” della scena superiore. Quel legame “è ribadito anche dall’immagine di un piccolo crocifisso, che il restauro odierno ha reso più leggibile, disegnata all’origine del tronco sul petto di Domenico. Prosegue la Scudieri: “Si realizza così l’assunto, mirabilmente espresso da Timothy Verdon, che San Domenico aveva la croce nel cuore e da quel cuore trafitto dalla croce nasce l’albero vivente dell’Ordine domenicano. Avere Cristo nel cuore era per Domenico la via della Salvezza e l’Angelico, a San Marco, dispensa continuamente immagini estremamente coinvolgenti che mostrano l’amore di Domenico per il Crocifisso”.

Timothy Verdon (VERDON 2015), in effetti, parla di un albero “che nasce dal cuore del fondatoretrafitto dalla croce”. Lo studioso, molto probabilmente, non ha notato il piccolo crocifisso dipinto (citato per la prima volta in SCUDIERI 2016), ma con felice e sorprendente intuizione, ne presuppone quasi l’esistenza: “Il medaglione centrale, quello con San Domenico, è esattamente sotto la croce di Cristo, e così leggiamo il tronco dell’albero dell’Ordine come nascente da un cuore trafitto dalla croce, quello appunto del fondatore. San Francesco portava i segni esteriori delle piaghe del Salvatore, le stimmate, ma Domenico aveva la croce nel cuore, e da questa “ferita” nasce l’albero vivente del suo Ordine”.

A nostro parere, sia il forte legame, quasi fisico, tra il Crocifisso e San Domenico, sia l’immagine dei rami che sembrano nascere dal suo petto, richiamano, ancora una volta, il trecentesco “albero” del Chiostro Verde di Santa Maria Novella. Cristo e Domenico, perfettamente allineati (come a San Marco), sono uniti (spiritualmente e fisicamente) a formare il tronco dell’albero, folto di rami, fronde, fiori e frutti (i tondi figurati). Dal petto di San Domenico, avvolto in ali angeliche rosse e blu, sguardo fisso in avanti (come a San Marco), escono due rami/cartigli, forse in origine con iscrizioni. Impossibile non cogliere analogie con la Crocifissione di San Marco.

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QUELL’ALBERO È UNA VITE

Pur condividendo l’interpretazione del fregio di San Marco come esempio di iconografia dell’ “albero”, con tutti i suoi molteplici significati, riteniamo, tuttavia, che una lettura più precisa (e più fedele al contesto) ci porti a riconoscere in quell’arbusto una vite.

Con buona evidenza, si tratta di un “alberello” di vite, con il tronco che nasce dal basso e con i tralci, sostenuti da San Domenico. Proprio come accade nei vigneti, dove la vite ha bisogno di un sostegno (“tutore”) per crescere bene in altezza, solida e stabile, ben esposta all’aria e al sole, e produrre buoni frutti. Il fondatore Domenico, simbolicamente, è il “tutore” della “vite” dell’Ordine.

Fra gli studiosi, William Hood, pur utilizzando per lo più il termine “albero”, scrive anche che “San Domenico, nel tondo centrale, regge una vite che, formando dei girali, a sinistra e a destra, lega insieme i tondi” (HOOD 1993). Giovanna Damiani parla di “ceppo” e “tralcio”: “dal ceppo centrale del fondatore, San Domenico, si snoda un tralcio lungo il quale è raffigurata la genealogia domenicana” (DAMIANI 1997). Timothy Verdon preferisce “albero” a “vite”: “Tutti questi (celebri domenicani) sono legati al fondatore, San Domenico, da una vite, o meglio, da un albero che nasce dal cuore del fondatore” (VERDON 2015). Paolo Morachiello, invece, parla di “vitigni”: “Domenico, padre fecondo…tiene tra le mani le estremità di due robusti vitigni che, nutriti dalla linfa della sua carità e della sua dottrina, si espandono vigorosamente nelle due direzioni” (MORACHIELLO 1995).

La migliore lettura, però, è offerta da Venturino Alce, che unisce le due immagini di “vite” e “albero” secondo una prospettiva cristologica: “Ma anche la storia dell’Ordine fondato da S. Domenico offre fulgidi esempi di santità ai confratelli delle nuove generazioni. Sono i frutti maturati sui tralci, uniti alla vite vera che è Cristo Crocifisso tramite un ramo principale personificato da S. Domenico. L’idea, più che suggestiva è stata tradotta nella notissima immagine dell’albero di S. Domenico, dipinta nel fregio che corre, a modo di predella, sotto la crocifissione. Dalla figura centrale del fondatore, situato alla radice della croce, partono due rami che si allungano ai due lati formando dei cerchi (simbolo dei frutti), entro i quali sono maturati uomini insigni in ogni virtù” (ALCE 1993).

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LA VITE MISTICA

La scoperta del piccolo Crocifisso “segreto”, al centro, sul tronco dell’arbusto sostenuto da San Domenico, avvalora l’interpretazione di Venturino Alce e incoraggia a leggere il fregio di San Marco come una “vite mistica” che unisce Cristo e l’Ordine Domenicano.

È la traduzione in immagini del noto passo del Vangelo di Giovanni sull’ “unione mistica” della vite (Cristo) e dei tralci (Gv 15, 1-8): “Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo toglie e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già mondi, per la parola che vi ho annunziato. Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può far frutto da sé stesso se non rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e si secca, e poi lo raccolgono e lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli”.

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Nel fregio di San Marco, secondo la nostra lettura, la vite è Cristo (come conferma il piccolo crocifisso “svelato”, al centro del tronco), mentre i tralci rappresentano l’Ordine domenicano con i suoi frutti (i santi e i beati). Il fondatore Domenico, nel tondo centrale, è il “tutore”, il sostegno dell’unione mistica fra la vite e i tralci, ovvero fra Cristo e la famiglia domenicana. San Domenico può esserne il “tutore” perché, a sua volta, è unito misticamente a Cristo e parte del suo “albero”, la croce. Non a caso, Beato Angelico colloca il ritratto del fondatore al centro, in asse con il Crocifisso della scena principale e con le immagini ad esso connesse: in alto il pellicano (simbolo del sacrificio di Cristo), ai piedi della croce il teschio (il vecchio Adamo, morto nel peccato, su cui è issata la croce di Gesù, nuovo Adamo).

Il piccolo crocifisso “segreto” chiude la sequenza. Il fatto che sia collocato, allo stesso tempo, sul petto di San Domenico e al centro del tronco della vite, ne evidenzia il duplice mistico significato: unione fra il fondatore e il Crocifisso e unione fra Cristo e i domenicani. Non solo. Sotto quella vite dipinta sedevano i frati durante le riunioni del Capitolo del convento, con il padre priore al centro, proprio sotto il tondo con San Domenico. A significare che quel tronco, quei tralci e quei frutti (ovvero quella mistica unione) continuavano a crescere e svilupparsi nella storia e nella vita presente.

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SPUNTI DOMENICANI

A conferma dell’interpretazione del fregio di San Marco come “albero”, o meglio, come “vite” dell’Ordine, fra le possibili fonti scritte ne riportiamo due, diverse, ma entrambe trecentesche e di ambito domenicano. La prima è una suggestione da Santa Caterina da Siena (1347-80), l’altra è un riferimento puntuale di papa Benedetto XI (1303-04).

Negli scritti di Santa Caterina, figura fondamentale per l’Osservanza domenicana, sulla base del Vangelo di Giovanni, sono piuttosto frequenti le allegorie botaniche dell’ “albero”, della “vigna e della vite” e dell’ “innesto” (di Cristo nell’umanità e degli uomini in Cristo). Le troviamo, in particolare, nel Dialogo della Divina Provvidenza, nelle Lettere e nelle Orazioni. Ecco alcuni esempi:

(parla Dio Padre): “Io so’ el lavoratore che piantai la vite vera de l’unigenito mio Figliuolo nella terra della vostra umanità, acciò che voi, tralci uniti con la vite, faceste frutto” (Dial. cap. XXIII).

Con che s’innaffia la vigna? Non con l’acqua, ma col sangue prezioso di Cristo, sparso con tanto fuoco d’amore, e questo sangue sta nel vasello del cuore…” (Lettera 321).

Alta ed etterna Trinità, o Trinità, etterna deità, amore, noi siamo arbori di morte e tu se’ arbore di vita… Quando noi siamo innestati in te, allora e’ rami che tu hai dati all’arbore nostro menano i frutti loro” (Orazione alla Trinità).

Santa Caterina da Siena, Chiostro di San Domenico (Museo di San Marco, Firenze)

Santa Caterina da Siena, Chiostro di San Domenico (Museo di San Marco, Firenze)

Beato Angelico, Papa Benedetto XI, Sala del Capitolo (Museo di San Marco, Firenze)

Beato Angelico, Papa Benedetto XI, Sala del Capitolo (Museo di San Marco, Firenze)

Papa Benedetto XI, Chiostro di S. Antonino (Museo di San Marco, Firenze)

Papa Benedetto XI, Chiostro di S. Antonino (Museo di San Marco, Firenze)

Ma c’è un riferimento più preciso, antecedente agli scritti cateriniani, che con assoluta evidenza collega l’immagine dell’ “albero” e dei “tralci” all’Ordine domenicano.

Si tratta di un’epistola di Benedetto XI, secondo papa domenicano, indirizzata al capitolo generale dell’Ordine, riunito a Tolosa nel 1303. I domenicani sono raffigurati come un albero della vita, nato dal giardino della Chiesa, i cui tralci, uniti a Cristo, hanno raggiunto gli estremi confini della terra:

(trad. dal Latino dell’autore) “Negli ultimi tempi, l’ineffabile provvidenza del Creatore, per maggiore gloria del suo nome e per procurare la salvezza dei fedeli, dal giardino delizioso della santa Chiesa, fra i virgulti più belli e fecondi, ha fatto nascere, come un albero della vita (lignum vitae), l’illustre Ordine dei Predicatori, che, asperso con la benedizione della rugiada celeste, dalle sue origini ha fatto continui progressi degni di lode; così, per opera della grazia divina si è spinto tanto in alto e si è così diffuso per ogni dove, fino a toccare i cieli con la sua nobiltà spirituale e ad estendere i suoi tralci fecondi agli estremi confini della terra. Questi sono i tralci preziosi, che veramente sono uniti a Cristo…”.

Con le suggestioni e gli spunti offerti dalle parole di Benedetto XI e Caterina da Siena, sono giunti al termine i nostri percorsi accidentati attorno a Beato Angelico e all’affresco del Capitolo di San Marco. Solo piccole imprudenti divagazioni personali: fra crocifissi segreti, alberi domenicani e viti mistiche.

Alessandro Santini

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Riferimenti bibliografici 

ALCE 1993= Venturino Alce, Angelicus pictor, Edizioni Studio Domenicano, 1993

BALDINI 1970= Umberto Baldini, L’opera completa dell’Angelico, Rizzoli, 1970

BONSANTI 1998= Giorgio Bonsanti, Beato Angelico. Catalogo completo, Octavo, 1998

DAMIANI 1997= Giovanna Damiani, San Marco a Firenze. Il museo e le sue opere, P. Wilson, 1997

GIACOMELLI 2008= Sara Giacomelli, Iconografia e identificazione dei Santi e dei Beati nei pilastri della Pala: vecchi dubbi e nuove proposte, in Cristina Acidini, Magnolia Scudieri (a cura di), L’Angelico ritrovato, Sillabe, 2008, pp. 29-39.

HOOD 1993= William Hood, Fra Angelico at San Marco, Yale University Press, 1993

MORACHIELLO 1995= Paolo Morachiello, Beato Angelico. Gli affreschi di San Marco, Electa, 1995

SCUDIERI 1999= Magnolia Scudieri, Museo di San Marco. La guida ufficiale, Giunti, 1999

SCUDIERI 2016= Magnolia Scudieri, Una Crocifissione anomala, in La Crocifissione dell’Angelico a San Marco quarant’anni dopo l’intervento della salvezza. Indagini, restauri, riflessioni, Sillabe, 2016, pp.15-25

VERDON 2015= Timothy Verdon, Beato Angelico, 24 Ore Cultura, 2015

Una risposta a “Il crocifisso segreto di Beato Angelico, l’albero dei domenicani, la vite mistica e altre divagazioni attorno all’affresco del Capitolo di San Marco

  1. Thank you very much, Alessandro Santini, for your very detailed and profound research of Beato Angelico’s masterpiece! I visited San Marco last summer but, unfortunately, didn’t see this jewell.
    However, I enjoyed frescoes by Beato Angelico and now I’m writing a post about them in my blog.

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