Dentro l’arte di Beato Angelico. Un incontro con lo studioso americano Carl Brandon Strehlke

C’è un luogo a Firenze dove è ancora possibile fare incontri, scambiarsi idee, parlare di libri. È Todo Modo in Via dei Fossi, la via degli antiquari, una libreria indipendente che Tomaso Montanari, in occasione della presentazione del suo Privati del patrimonio lo scorso maggio, ha definito un esempio virtuoso di “privato che svolge una funzione pubblica”. È nella piccola agorà di Todo Modo, dunque, che incontro Carl Brandon Strehlke, conservatore emerito del Philadelphia Museum of Art, curatore di numerosi saggi e mostre sull’arte italiana del Quattrocento e autore di un’agile e preziosa monografia su Beato Angelico per Jaca Book (1998). Strehlke ha l’allure e la verve del connoisseur ottocentesco americano, colto, raffinato e cosmopolita, con in più un fisico da atleta.

Mi accoglie con un sorriso smagliante e insieme prendiamo posto nella sala dove, solo due giorni prima, ha presentato l’imponente catalogo sulla collezione Berenson di cui è curatore con Machtelt Brüggen Israëls: The Bernard and Mary Berenson Collection of European Paintings at I Tatti. Ci accomodiamo e in un attimo passiamo dal lei al tu: «sono americano!», mi dice, quasi a giustificare il suo atteggiamento di amichevole disponibilità. È incuriosito dal nostro blog. Mi spiega che nei musei americani i blog stanno integrando sempre di più i siti web ufficiali, per favorire il dialogo con i visitatori e introdurli nel backstage degli allestimenti delle mostre e dei restauri delle opere. Cominciamo la nostra conversazione. A me l’impertinenza del corsivo, a Strehlke l’autorevolezza del tondo.

Qual è la tua formazione e come sei giunto a occuparti dell’arte italiana del Quattrocento e quindi di Beato Angelico? 

Sono nato e cresciuto a Boston, Massachusetts, in America, ma ho una madre italiana. Questo non vuol dire che mi sia avvicinato all’arte italiana per ragioni di “sangue”, anche se, devo ammettere, in casa c’è sempre stato molto interesse per le questioni artistiche e italiane in generale. Non ho studiato subito Storia dell’arte all’università, ma ho cominciato con Storia. Negli anni Settanta ho passato un anno universitario a Perugia, in una famiglia in cui c’era Pietro Scalpellini, storico dell’arte medievale e rinascimentale che insegnava all’università per stranieri. È stato un anno a contatto diretto con l’arte, per me. Era l’epoca del primo grande restauro degli affreschi di Giotto nella basilica superiore di Assisi, e io ho avuto l’opportunità di vedere da vicino, salendo sulle impalcature, il lavoro dei restauratori. Nello stesso tempo ho cominciato a girare, a scoprire i piccoli paesi dell’Umbria e delle altre regioni italiane, sperimentando una maniera di fare la storia dell’arte attraverso la storia del territorio, che mi è stata subito congeniale. Quando sono tornato negli Stati Uniti, ho finito i primi quattro anni del sistema universitario americano alla Columbia University di New York e, sempre alla Columbia, ho fatto un PhD in Storia dell’arte. In quel momento c’erano storici dell’arte di ottimo livello alla Columbia, e inoltre era possibile frequentare corsi anche alla New York University, dove insegnava John Pope-Hannessy, autore nel 1952 di un’importante monografia su Fra Angelico, successivamente ampliata e rivista nel 1974. Io ho seguito diversi corsi con lui, anche se l’Angelico non era ancora il mio artista preferito. Poi, nella metà degli anni Ottanta, ho partecipato come curatore a un’importante mostra a New York sul Quattrocento senese; la prima su un tema e una scuola quattrocenteschi.

Nel 1983 inizi il tuo lavoro al Philadelphia Museum of Art come curatore della collezione John G. Johnson, che include due opere dell’Angelico.

Il mio interesse per l’Angelico è nato occupandomi del restauro di un frammento di San Francesco, staccato dal Crocifisso sagomato proveniente dalla Compagnia di San Nicola del Ceppo, quando avevo da poco cominciato a lavorare al Philadelphia Museum of Art. Il frammento era incastonato in un supporto, come fosse un quadro; il restauro è consistito nel riportare il dipinto alla sua sagomatura originale, ritagliando il volto di San Francesco. L’altra opera che mi ha fatto fare studi specifici sull’Angelico è la bellissima Dormitio Virginis, sempre della collezione John G. Johnson, che, con l’Imposizione del nome di Battista di San Marco, fa parte della predella di una pala d’altare andata dispersa. Un bel po’ di anni dopo, nel ’97, Jaca Book mi ha chiesto di scrivere una piccola monografia su Angelico. Ho iniziato a scriverla in italiano, poi ho continuato in inglese perché mi sembrava più facile. Mi piace ricordare, a questo proposito, che la traduzione dall’inglese è di Anna Maria Agosti, madre di un grande amico, Giovanni Agosti, professore alla Statale di Milano (Agosti compare come autore di alcune schede nel catalogo sulla Collezione Berenson ai Tatti, ndr). Quella con Anna Maria è stata una collaborazione che ricordo con piacere.

Beato Angelico, Dormitio Virginis, Philadelphia Museum of Art

Beato Angelico, Dormitio Virginis, Philadelphia Museum of Art

Beato Angelico, San Francesco, frammento della Crocifissione della Confraternita di San Niccolò al Ceppo, Philadelphia Museum of Art

Beato Angelico, San Francesco, frammento della Crocifissione della Confraternita di San Niccolò al Ceppo, Philadelphia Museum of Art

La monografia su Beato Angelico uscita nel ’98 è davvero un esempio di ottima divulgazione, con una bibliografia ragionata utilissima, un accurato lavoro d’archivio e, infine, una sezione sulla fortuna critica dell’artista in cui ripercorri la gloriosa epopea dell’interesse riservato al nostro da amatori e critici, cominciata subito dopo la sua morte e poi deflagrata in epoca vittoriana. Proprio a proposito della sua fortuna critica, perché, secondo te, oggi Beato Angelico ha perso il suo longevo appeal e non attira il grande pubblico come invece fanno Michelangelo, Leonardo e Caravaggio? 

Non sono completamente d’accordo con questa valutazione. Ovviamente c’è stata una tendenza degli operatori turistici, con il sostegno della politica italiana, a puntare solo su certi artisti e luoghi d’Italia, sui grandi nomi della storia dell’arte, appunto Michelangelo, Leonardo, Caravaggio, secondo una modalità che è la stessa dei treni Frecciarossa per le grandi città d’arte. Ma non vi è dubbio che Angelico sia un maestro riconosciuto del primo Rinascimento fiorentino. In America, ad esempio, ha avuto due mostre a lui dedicate al Metropolitan Museum of art di New York, cui ho collaborato anch’io, di grande successo di pubblico. La più importante nel 2005, in occasione del 550° anniversario dalla sua morte, di eccezionale respiro per quantità di opere esposte e radicalità delle proposte critiche avanzate. Poi ci sono state altre iniziative su di lui, forse minori per dimensioni ma non per questo meno significative, al Philadelphia Museum of Art e altre promosse dal Getty Museum di Los Angeles. Secondo me, alcune tendenze le fa anche il mondo accademico: c’è negli ultimi anni molta attenzione nelle università nord americane e nord europee (francesi, inglesi, tedesche) per l’arte contemporanea, per esempio, e poca per gli artisti italiani, soprattutto del passato, magari perché trattano soggetti religiosi…

Non sarà che L’Angelico è ancora vittima di un vecchio equivoco per cui un po’ superficialmente viene considerato come un artista devozionale e quindi poco vicino alle istanze dell’Umanesimo? 

In questa monografia del 1998 di cui dicevi prima e in altri interventi scritti su di lui, ho cercato di dimostrare, senza nulla togliere alla sua ispirazione spirituale, che la figura di Beato Angelico non si esaurisce nella sola vita conventuale. Non gli mancava la libertà dal punto di vista artistico, anzi: ha iniziato come artista, prima di farsi frate, seguendo le orme di Masaccio, Donatello, Brunelleschi; cogliendo e rielaborando tutte le novità del Rinascimento fiorentino. Non è affatto un appartato: è uno che partecipa alla ricerca dell’innovazione. È un pittore piazzato molto bene nel mercato del suo tempo, se pensi che ha avuto come committenti gli Strozzi, i Medici, il Papa Niccolò V. Forse, talvolta, resiste di lui un ricordo ottocentesco di pittore gentile, spirituale, che, per usare un’espressione brutale, oggi vende meno.

Mi viene in mente la famosa introduzione della Morante al volume di Baldini sull’Angelico del 1970, in cui la scrittrice si dichiara allergica a certi «ingombri leggendari» che fanno di lui un santino e lo rendono perciò scostante. Forse c’è anche questo aspetto, che alla lunga è diventato un topos dell’approccio ad Angelico: un’incomprensione della sua pittura dovuta alla difficoltà a empatizzare con soggetti sacri, a identificarsi con temi così elevati. 

Spesso con artisti come Michelangelo o Caravaggio, Masaccio stesso, ci si illude di entrare nella loro mente, di comprenderli, di trovare qualche rapporto con la loro personalità. Con Angelico, almeno all’inizio, questa identificazione è più difficile. Ma se si guarda alla sua pittura dal punto di vista della composizione, della costruzione, della forma, si nota che c’è un grande cervello dietro. Ma io, comunque, non ho l’abitudine di mettere gli artisti in competizione tra loro.

Lorenzo Monaco, Adorazione dei Magi, Galleria degli Uffizi, Firenze

Lorenzo Monaco, Adorazione dei Magi, Galleria degli Uffizi, Firenze

Volevo farti qualche domanda a proposito della sua formazione. Non si capisce bene chi sia stato il suo maestro, se Lorenzo Monaco o piuttosto Biagio di Battista Sanguigni, che lo presenta nel 1417 alla confraternita di San Niccolò al Carmine, o ancora Starnina, come sostiene qualcuno. Come si è formato e presso chi, secondo te? 

Probabilmente si è formato facendo il garzone in qualche bottega presso qualcuno, secondo il tradizionale percorso di apprendistato che si seguiva allora. Però gli artisti si formano anche guardando il lavoro degli altri artisti, andando in giro, facendo esperienza della realtà; per cui puntare su un maestro singolo non è forse la maniera corretta per capire l’Angelico. Tuttavia, io credo ancora oggi che una delle figure più importanti per lui, da un punto di vista artistico, sia stata Lorenzo Monaco. Angelico è stato molto vicino a Lorenzo Monaco, non solo professionalmente, quando ha collaborato con lui ad alcune opere, ma proprio in senso stilistico nei primi anni della sua carriera. Lorenzo Monaco era un camaldolese di Santa Maria degli Angeli e spesso lavorava, come artista, fuori dal suo convento, servendosi di aiutanti e collaboratori; molto probabilmente Angelico è stato uno di questi. Lorenzo Monaco, secondo me, ha dato ad Angelico un modello di come fare l’artista: un artista religioso che era fuori dall’arte dei pittori, fuori dalle regole, poteva avere un’indipendenza insolita nella scena artistica fiorentina dell’inizio del Quattrocento. Non dubito che Angelico abbia avuto una conversione spirituale e che volesse diventare un frate – era molto vicino a certe figure importanti dell’ordine dei predicatori riformati che stavano rifondando il convento di San Domenico sotto Fiesole, dove sarebbe andato a vivere – ma questa decisione era importante anche per la sua carriera artistica, perché gli dava carta bianca per lavorare.

Questo lo sostieni nei tuoi libri e anche nel tuo intervento sulla Deposizione Strozzi al Museo Nazionale di Radio3, ma io ho qualche dubbio in proposito. Primo perché nei primi anni del Quattrocento il sistema delle corporazioni è, se non proprio in declino, in una fase di crisi che consente a diversi artisti del tempo di affrancarsene. Anzi, emerge una figura di artista che ben si accorda con le istanze individualistiche della nuova classe dirigente, che pure si sente stretta dentro le maglie delle corporazioni medievali… 

C’è Starnina che è andato in Spagna e poi rientrato, e c’è anche Masolino, di cui non ci sono molti documenti della sua formazione di artista, perché infatti non era inserito nel sistema delle botteghe fiorentine. In questi due casi si tratta di artisti che sono usciti da Firenze in gioventù per trovare lavoro altrove e sono tornati già formati come maestri autonomi, da un punto di vista stilistico. Lorenzo Monaco e Angelico, invece, hanno potuto trovare un’indipendenza dalle corporazioni in quanto religiosi, pur continuando a stare a Firenze.

Sì, ma, ed è questo il secondo punto, la vocazione di Angelico è autentica, non si può dire che si sia fatto domenicano per opportunismo o per poter lavorare in pace come artista. 

Non metto in dubbio l’autenticità della sua vocazione religiosa, infatti.

Nelle cronache si racconta che fosse rispettoso della regola di San Domenico perfino più dello stesso Antonino Pierozzi, suo priore e poi arcivescovo di Firenze. 

Queste sono cronache che risalgono alla fine degli anni cinquanta del Quattrocento, quando Fra Angelico era già morto, perciò, pur nella loro valenza documentale, hanno un intento evidentemente agiografico e vanno considerate con cautela.

Busto Sant'Antonino Pierozzi, Convento di San Marco, Firenze

Busto Sant’Antonino Pierozzi, Chiostro dello Scalzo, Firenze

Volevo chiederti qualcosa sulla “bottega” angelichiana. Ci troviamo di fronte a un corpus di opere straordinariamente grande, per quantità e varietà di supporti, più grande di quanto non si credesse fino al 1869, quando all’inaugurazione del Museo di San Marco si sono visti per la prima volta gli affreschi del dormitorio del Convento, sconosciuti perfino a Vasari. In che modo riusciva, secondo te, a controllare una tale quantità di commissioni? Come era organizzata la sua bottega? Chi erano i suoi collaboratori? 

Secondo me, specialmente quando Angelico si confronta con un grande progetto o una grande commissione, chiama come collaboratori artisti che conosce già – vedi Zanobi Strozzi, Benozzo Gozzoli, Alessio Baldovinetti e altri – come per gli affreschi del dormitorio di San Marco o per le grandi pale d’altare, dove infatti spesso si osserva un’eterogeneità di mani negli interventi. Ma non lo vedo proprio come un artista con una bottega strutturata, in cui prendeva dei giovani apprendisti stipulando un contratto con il padre di questi, dove c’era scritto che potevano vivere con lui. C’era un altro tipo di organizzazione. Lavorava con artisti già formati, magari sotto la sua influenza, che si accostavano facilmente a certe regole del suo stile, senza avere una vera bottega. Da un certo punto in poi, quando si dedica al ciclo di affreschi di San Marco, e anche quando inizia quello di Orvieto, e dopo ancora, quando va a Roma, dove oltre al Vaticano lavora anche al progetto del chiostro a Santa Maria Sopra Minerva andato perduto, prende sicuramente altri aiutanti. Ci sono anche dei parenti dell’artista, un nipote mi pare, qualcuno che viene arruolato a Orvieto, magari anche a Roma, solo che del cantiere in Vaticano non abbiamo documenti, mentre di quello orvietano sì.

Sembra più una prassi professionale che una bottega, un sistema di rapporti che si attiva quando la commissione lo richiede. Volevo chiederti se hai un’opera dell’Angelico che ami di più o che ritieni particolarmente emblematica della sua poetica. 

Io adoro L’Annunciazione del Prado, ma anche la Deposizione Strozzi. Poi la predella della Pala di San Marco, attualmente dispersa in molti musei del mondo, e quella del Tabernacolo dei Linaioli. Poi l’Imposizione del Nome di Battista. Senza nulla togliere agli affreschi del dormitorio di San Marco, io mi sento più attratto dall’Angelico narrativo e didattico su tavola. Apprezzo di più l’Angelico che racconta storie ambientate in scene urbane.

Beato Angelico, Condanna al rogo dei Santi Cosma e Damiano, parte di Predella della Pala di San Marco, National Gallery of Ireland, Dublino

Beato Angelico, Condanna al rogo dei Santi Cosma e Damiano, parte di Predella della Pala di San Marco, National Gallery of Ireland, Dublino

Beato Angelico, parte di Predella con storie di S. Nicola, Trittico di Perugia, Musei Vaticani, Vaticano

Beato Angelico, parte di Predella con storie di S. Nicola, Trittico di Perugia, Musei Vaticani, Vaticano

Ora vorrei porti la questione più difficile. Qui non c’è “una” soluzione, vorrei perciò avere piuttosto il tuo parere. Il dormitorio del convento di San Marco ha un programma iconografico misterioso: ci sono tre grandi affreschi di fruizione comunitaria, Annunciazione, Adorazione della Croce e Madonna delle Ombre, e poi ciascuna cella ne ha uno dentro, e sono circa quarantatré soggetti in ordine sparso. Nella tua monografia del 1998 per Jaca Book sostieni che ogni corridoio ha la sua specificità, nella scelta dei misteri da contemplare: quello dei novizi ha solo l’immagine di San Domenico che adora la croce in varie pose legate ai modi di pregare; quello dei conversi, che si occupavano dei bisogni materiali del convento, aveva i soggetti di più semplice lettura; quello dei chierici, cioè l’élite della comunità, i soggetti più astratti e teologicamente complessi. Posto che Angelico non è un artista dadaista che si diverte a sparpagliare i soggetti di un programma alla rinfusa, come ti spieghi questa assenza di una narrazione che abbia una consequenzialità logica, come per esempio avviene nell’Armadio degli Argenti, che si può considerare un ciclo di affreschi in piccolo? Come può un ciclo rinascimentale essere così poco chiaramente razionale? 

Prima di tutto la differenza di registro degli affreschi secondo il livello gerarchico e di conoscenza dottrinale dei domenicani che dovevano abitare le celle, mi sembra un buon punto di partenza. Non è tanto una mia idea; io l’ho derivata da altri testi, soprattutto dagli studi di William Hood su come funzionava San Marco come convento e sui bisogni visivi dei frati che ci vivevano. Hai parlato di “Programma”, perché? Forse è la parola sbagliata. Ossia, è davvero un programma quello che si vede nei tre corridoi, o non piuttosto una serie di soggetti individuali che vanno letti individualmente e separatamente cella per cella? Cioè, poniamo: io sono frate Carl e voglio contemplare una certa scena… non so se ci sono state discussioni tipo: non mi dare l’Annunciazione io voglio la Crocifissione… ma credo si debba pensare a un dibattito tra i vari confratelli e cosa volevano, in cui L’Angelico non ha avuto il potere di decidere per tutti. Bisogna anche ricordare che in questo caso abbiamo da una parte un ordine di predicatori dell’osservanza con tutte le peculiarità della loro ispirazione religiosa, dall’altra la presenza a Firenze, nel 1439, di un Concilio delle due Chiese di Oriente e Occidente. Non è che il Concilio avesse un peso diretto sulla scelta dei temi da rappresentare, ma è vero che ci sono molte dispute dottrinali su come continuare a considerare le questioni religiose, dispute in cui i domenicani erano molto partecipi (si veda la Trasfigurazione del dormitorio e l’importanza di tale soggetto nella tradizione iconografica della Chiesa d’Oriente, ndr).

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Beato Angelico, Tasfigurazione, Museo di San Marco, Firenze

Beato Angelico, Tasfigurazione, Museo di San Marco, Firenze

Molto interessante ciò che dici a proposito dell’assenza di un programma iconografico e della discrezionalità della scelta di un soggetto religioso, rispetto al desiderio di meditazione di ciascun frate. Come a considerare l’affresco alla stessa stregua di un dipinto che uno si appende in cella per pregare, cosa del resto consentita dalle Constitutiones dell’Ordine, dove era scritto che nelle celle potevano esserci immagini di Cristo crocifisso, della Vergine e del Santo fondatore. Non ci aiuta, in questo senso, neppure Antonino Pierozzi che nelle sue Cronache, in cui registra ogni piccolo evento all’interno del convento, dai lavori di ristrutturazione finanziati da Cosimo il Vecchio alle varietà delle piante dell’orto, non dice nemmeno una parola a proposito degli affreschi che Angelico sta realizzando nel dormitorio. 

Per quanto sia uno dei maestri spirituali del nostro, Antonino Pierozzi non mi pare apprezzi molto la pittura. C’è una delega completa da parte sua nei confronti dell’Angelico, perciò non entra nel merito delle scelte formali o iconografiche del dormitorio. Scrive varie cose sulle “dipinture devote”, non specificamente sul convento, ma non mi pare si possa dire che fosse un grande connoisseur.

A proposito di connoisseur, da poco è uscito il grosso catalogo che hai curato anche tu sulla collezione di due grandi connoisseurs, Bernard e Mary Berenson a Firenze, di cosa si tratta? 

È un grosso libro sulla collezione Berenson a Villa ai Tatti. Berenson è un grande connoisseur americano, anche se nato in Lituania, venuto a Firenze negli anni novanta del 1800, che con sua moglie Mary ha messo su una collezione d’arte, oggi ancora lì, appartenente alla sua Alma Mater, l’Università di Harward. Purtroppo non c’è un Beato Angelico in questa collezione, anche se Berenson ha scritto spesso di Angelico nei suoi libri. In compenso ci sono dei bei dipinti di Domenico Veneziano, Signorelli, Giotto e anche molti dipinti lombardi e veneti. È un libro che ha richiesto sette anni di lavoro, con quaranta autori. Io ho scritto molte schede di opere del primo Quattrocento, ma il libro fa anche un resoconto dell’ambiente dei Berenson, dei Tatti e della connoisseurship dell’ultima parte dell’Ottocento. Ogni scheda è un piccolo saggio che combina storia dell’arte del periodo del dipinto di cui si parla ma anche dei Berenson e del loro acquisto, dei loro interessi antiquariali, e anche molte scoperte nuove fatte con indagini tecniche e d’archivio. Anche a San Marco sarebbe bello fare nuove indagini tecniche su alcuni dipinti, non finalizzate solo al restauro ma anche a leggere, con radiografie, il disegno sotto la pittura, o a capire come sono costruite le pale d’altare. Credo si potrebbero tirar fuori ancora molte informazioni sulla pittura dell’Angelico. Ora io posso dire, in anteprima, che mi hanno chiesto di partecipare a una mostra di Beato al Prado che si farà nei prossimi anni…

Beato Angelico, Annunciazione di San Domenico, Museo del Prado

Beato Angelico, Annunciazione di San Domenico, Museo del Prado

Dove hanno la tua Annunciazione preferita che non prestano mai per le mostre… 

In effetti è molto grande e non la prestano. Tra l’altro viene dal convento di San Domenico sotto Fiesole ed è andata in Spagna molto presto, devo dire, credo nel 1700, a riprova del grande apprezzamento del Beato in Spagna fin da subito. Sicuramente ci sarà qualche richiesta di prestito anche a San Marco…

Tu sarai uno dei curatori? 

Ancora non lo so, siamo appena all’inizio. Ci sarà qualche sorpresa nuova su Beato Angelico ma di questo non posso ancora parlare. Magari ci sarà un’altra occasione per farlo…

Perciò adesso che hai finito questo lavoro enorme sulla collezione Berenson, a cosa ti dedicherai? 

Forse torno proprio a occuparmi di Beato Angelico. Inoltre, a Philadelphia, nel museo in cui lavoro, nel 2017, in occasione del centenario della donazione della collezione John G. Johnson alla città, avvenuta nel 1917, stiamo cercando di presentare meglio tutta la collezione anche sul web.

Chi era esattamente John G. Johnson?

John G. Johnson era un collezionista, un avvocato, autodidatta per le cose d’arte, che ha collezionato tra Otto e Novecento qualcosa come milleduecentotrenta dipinti, di cui trecento italiani, molti a fondo oro e molti del Quattrocento, tra cui i due pezzi di Beato Angelico. Stiamo cercando la maniera di presentare efficacemente la storia di questa collezione, un po’ come ho fatto per la collezione Berenson, ma con molta più presenza su web, perciò ci stiamo modernizzando con più schede e informazioni online rispetto a opere singole, integrandole con le informazioni sul collezionista e il suo ambiente, per dare un po’ di vita alla collezione.

Per creare un dibattito?

Soprattutto per informare di più il pubblico. Anche perché abbiamo incrementato le nostre conoscenze sul collezionista. Molte indagini le abbiamo fatte sui dipinti; ma come sai, su un libro puoi fare una piccola foto di una radiografia, mentre su internet puoi utilizzare dei programmi interattivi. Stiamo sperimentando per vedere cosa si può fare, un campo nuovo di ricerca per me.

Il tempo è volato e non abbiamo preso nemmeno un caffè. Anche Carl Strehlke deve volare, lo attende il Rigoletto all’Opera di Firenze.

Carl Brandon Strehlke

Carl Brandon Strehlke

Carmelo Argentieri

Un ringraziamento particolare a Pietro e Maddalena della Libreria Todo Modo per la loro amichevole ospitalità.

 

Per saperne di più:

Carl Brandon Strehlke, Angelico, Jaca book, 1998

Carl Brandon Strehlke and Machtelt Brüggen Israëls, The Bernard and Mary Berenson Collection of European Paintings at I Tatti, 2015

Sito ufficiale del Philadelphia Museum of Art

 

 

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