Il “ragazzino” Angelico, propagandista del Paradiso

Stanza di Elsa Morante di Via dell'Oca 27, ricostruita nella Biblioteca Nazionale di Roma

Poco più di un secolo fa, il 18 agosto del 1912, nasceva a Roma Elsa Morante. Chi ama Beato Angelico non può non conoscere Il beato propagandista del Paradiso, una fiaba più che un saggio, che la Morante scrisse come introduzione al volume di Umberto Baldini, Angelico, Rizzoli, nel 1970. Chi conosce Elsa Morante non può non amare questo folgorante e manieristico ritratto dell’Angelico che, inaspettatamente, contiene molte illuminazioni sulla poetica dell’autrice. Tra il 1966 e il 1973 la Rizzoli affidò a vari scrittori italiani l’introduzione ai suoi classici dell’arte (per fare qualche esempio: a Quasimodo Michelangelo, a Sciascia Antonello da Messina, a Volponi Masaccio, a Contini Simone Martini, a Moravia Picasso, a Palazzeschi Boccioni, ecc.) e interpellò la Morante perché scrivesse la sua su Fra Giovanni da Fiesole. La vulgata degli studi morantiani vuole che Angelico non fosse il suo pittore. Altri erano quelli che prediligeva: Masaccio, Rembrandt, Van Gogh, Giovanni Bellini; pittori vigorosi, drammatici e sublimi. Ma per quanto lei stessa ammetta, fin dalle prime righe, la sua iniziale diffidenza, «il primo acido», verso il frate di Fiesole, circonfuso di «quell’aureola sopraterrestre» che glielo aveva reso scostante e alieno, si fa fatica a crederle e non considerarlo, al contrario, per capacità di affabulazione, dedizione al lavoro e profonda pietas verso gli ultimi, perfettamente coerente con l’epos morantiano.
In una lettera del 1969 a Goffredo Fofi, un anno prima della pubblicazione del beato propagandista del paradiso, la Morante scrive: «Insomma Goffredo li farai o no quei tuoi 40 giorni di deserto a Gubbio? Dove finalmente ti veniamo a trovare!! in macchina! e parliamo di Cristo e di Bakunin, e di Marx e del Beato Angelico!»: non solo, dunque, l’Angelico è inserito in un chiasmo di eccezionale originalità, tra religiosità cristiana e pensiero politico, ma compare nella duplice veste di pensatore e santo.
Stupisce, anzi, di non trovarlo all’interno della famosa costellazione degli F.P. (Felici Pochi) del Mondo salvato dai ragazzini, accanto a Simone Weil, Mozart, Gramsci, Rimbaud, Platone, Giovanna d’Arco, Spinoza, Bellini, ecc., considerata la sua povertà, la sua FELICITA’, la sua coscienza della bellezza e la sua allergia alle «diverse incombenze d’autorità ufficiale» e, in definitiva, al Potere; requisiti essenziali dei Felici Pochi. Ci piace credere che quest’assenza sia puramente accidentale e cronologica, essendo La canzone degli F.P. e degli I.M. (Infelici Molti) pubblicata nel 1968, prima della “scoperta” dell’Angelico da parte dell’autrice.

Elsa Morante in Via dell'Oca 27, Roma

Elsa Morante in Via dell’Oca 27, Roma

Prima di farci entrare nella bottega dell’Angelico, prima di spiegarci quale sia stata la sua formazione teologica e quali i momenti salienti della sua attività, la Morante ce lo fa vedere. Ci mostra il corpo dell’Angelico meglio di quanto non facciano il suo monumento funebre a Santa Maria Sopra Minerva a Roma o il ritratto di Luca Signorelli, nell’affresco della Cappella di San Brizio del Duomo di Orvieto.
Con la scusa di spiegarci la particolarità dei suoi tre nomi, ce lo restituisce nell’esilità della sua figura fisica, irresistibilmente protesa verso la luce. Il suo primo nome è quello secolare, Guido di Pietro, «inteso, in confidenza Guidolino (forse perché, almeno da ragazzetto, cresceva fragile, e di statura piccola?)». Poi, a quest’immagine minuta, associa un gesto: la contemplazione della luce, ascesi e argomento della sua pittura. L’amore di Guidolino per la luce è ricambiato ed è approvato dagli stessi padri domenicani, perché utile alla propaganda del Paradiso: « fin dal giorno che ha aperto gli occhi, s’è innamorato della luce. Il suo è un affetto felice e corrisposto, giacchè la luce lo aspetta ogni giorno, dichiarandogli con la manifestazione dei colori, la presenza del primo amore in tutte le cose; e poi consegnandogli, per la fede del loro affetto reciproco, il segreto magistrale dell’arte visiva».
Il secondo nome, Giovanni da Fiesole, assunto nell’atto della sua ordinazione religiosa, è quello che lo definisce spiritualmente. Ma anche in questo è scritta la sua vocazione di artista-predicatore, secondo la Morante. Scelto con l’intenzione consapevole di onorare il riformatore dell’ordine dei predicatori, Giovanni Dominici, ma anche, inconsapevolmente, e non per questo con minore necessità, per onorare un altro santo. Colui che aveva detto: io non sono la luce, ma sono venuto per rendere testimonianza alla luce: San Giovanni Battista.
Il terzo è quello di Beato Angelico, attribuitogli dalla leggenda popolare, che la Morante eleggerà a suo preferito, in virtù del suo bisogno di simpatizzare col popolo piuttosto che con le necessità tassonomiche della critica moderna.

Ritratto funebre di Beato Angelico, Santa Maria Sopra Minerva, Roma

Ritratto funebre di Beato Angelico, Santa Maria Sopra Minerva, Roma

Luca Signorelli, Giudizio Universale (dettaglio con a destra ritratto dell'Angelico), Cappella di San Brizio, 1499-1502, Duomo di Orvieto

Luca Signorelli, Giudizio Universale (dettaglio con a destra ritratto dell’Angelico), Cappella di San Brizio, 1499-1502, Duomo di Orvieto

Questo ritratto dell’artista da cucciolo può essere considerato un possibile modello per il personaggio di Useppe, il protagonista de La Storia, un bambino molto piccolo per la sua età, quasi divino nelle percezioni favolose, un po’ Alëša e un po’ principe Myškin, innamorato fin da subito, anche lui, della vita e della luce. Ma oltre alla somiglianza fisica tra Angelico e Useppe, ci sono diversi passages nascosti tra il beato propagandista e La Storia. C’è un luogo, all’interno del romanzo, una radura, una tenda d’alberi, un “chiaro del bosco”, umido e erboso, lungo i bordi del Tevere, dove il piccolo Useppe si rifugia in compagnia di Bella, una pastora maremmana ereditata dal fratello Nino, e questo luogo senza tempo, questo eliso, ha la purezza dei giardini dell’Eden angelichiani.

Beato Angelico, Giudizio Finale (dettaglio), 1426 ca, Ospizio dei Pellegrini, Museo di San Marco, Firenze

Beato Angelico, Giudizio Finale (dettaglio), 1426 ca, Ospizio dei Pellegrini, Museo di San Marco, Firenze

Sebbene si tratti di un lavoro su commissione, e perciò apparentemente indipendente dal resto del corpus poetico morantiano, Il beato propagandista si colloca in un momento di importante ricapitolazione poetica dell’autrice, in cui «non è più il tempo, in letteratura, d’intrattenersi col sublime (magari Menzogna e sortilegio e L’isola di Arturo)» (Garboli, 1987); un momento in cui diventa urgente per lei pensare e scrivere “in situazione”, in cui poesia e intervento diventano un tutt’uno. Il beato propagandista nasce, in particolare, dentro il laboratorio di scrittura de La Storia; è una piccola pala d’altare, con la vita e l’opera del frate artista in predella, all’interno del cantiere della cattedrale del romanzo, che sarà pubblicato nel 1974.
Un altro tema pieno di risonanze e rimandi incrociati è quello della formazione teologica del Beato. Questa avviene sotto la guida dei suoi Padri-eroi, tutti santi o beati, tutti domenicani: Tommaso d’Aquino, Domenico di Guzman, Giovanni Dominici: «A noi pure certo gioverebbe di conoscere, in aggiunta al nostro padre naturale, un qualche padre di sapienza, vivo o defunto, a cui chiedere consiglio». Di Tommaso d’Aquino, la scrittrice sceglie una frase che riassume il senso ultimo della pittura angelichiana: «Niente è nell’intelletto, che non sia stato prima nei sensi»; che vale anche per la sua scrittura, in un ennesimo gioco di specchi tra lei e l’artista ritratto.
La fortuna dell’Angelico, beato lui!, è di avere i sensi aperti su un mondo non ancora corrotto dall’irrealtà, non ancora tentato dal suicidio dello Sviluppo e del Consumo, «gli occhi fortunati di Guidolino di Pietro si sono aperti per la prima volta su una veduta dove lui poteva immediatamente riconoscere un modello sensibile di Paradiso»; un mondo non toccato dalla bruttezza, intesa come negazione della realtà, e dove la spiegazione del Male gli è data dai suoi maestri, tutti autorevoli e accessibili. «Si può affermare che gli occhi di Guidolino non incontrarono mai niente di brutto», prova ne siano i paesaggi fioriti che costellano i suoi dipinti, di cui la collina fiesolana dove sorgeva il suo amato Convento costituisce un trasparente paradigma.

Beato Angelico, Imposizione del nome del Battista, ante 1435, Ospizio dei Pellegrini, Museo di San Marco, Firenze

Beato Angelico, Imposizione del nome del Battista, ante 1435, Ospizio dei Pellegrini, Museo di San Marco, Firenze

Qui si apre uno dei temi più profondi e affascinanti dell’opera morantiana: la sua passione per la realtà. Un tema che discende dalla frequentazione costante dei Cahiers di Simone Weil. Un tema che incrocia quello della funzione dell’arte, enunciato nella conferenza Pro o contro la bomba atomica (1965): impedire la disintegrazione della coscienza umana, restituirle di continuo l’integrità del reale, dove l’irrealtà dell’atomica è una metafora del Potere: «contro la bomba atomica non c’è che la realtà». Un tema che avrebbe bisogno di una trattazione a parte.
Un altro maestro di Angelico è Antonino Pierozzi, suo priore nei due conventi di San Domenico e San Marco, che lo istruisce su come parlare agli analfabeti, su come tradurre le visioni dell’estasi in un linguaggio comunicabile agli umili attraverso le «dipinture devote… le quali sono dette nel Decreto libri degli idioti: i quali non sapendo leggere, per quello è loro rappresentato il fervore… onde l’animo si desta a seguitargli…». Ma in quest’arte propaganda, che deve porsi al servizio dei semplici, in quest’arte didattica e narrativa, che richiede manifesti di esemplare chiarezza (Il Giudizio Finale) o «epopee sceneggiate per commuovere il popolo, fedele e volubile, con le imprese dei suoi eroi» (le predelle degli altari e dei tabernacoli), non c’è saccenteria, non c’è mai arroganza dottrinale. C’è pazienza, senso del racconto, magistero tecnico, confidenza con la musicalità della poesia popolare. C’è, soprattutto, scienza con carità, come prescriveva Tommaso d’Aquino. Ancora una volta sembra di entrare in un passage comunicante con i luoghi de La Storia, che ha in epigrafe un verso del poeta peruviano César Vallejo: Por el analfabeto a quien escribo. Una dichiarazione di intenti molto forte che corrisponde a una fede assoluta nei mezzi della poesia e dell’arte. Chi sono gli idioti per l’Angelico e la Morante? Sono «gli stessi a cui Cristo spiegava la luce in parabole, perché i loro intelletti sono confinati nelle dimensioni dello spazio e del tempo», sono gli esclusi dalla lettura.
In questo senso l’Armadio degli Argenti, una delle ultime imprese dell’Angelico, ritornato a Firenze per una breve parentesi dal suo confronto romano con la Storia, dove è stato chiamato ad affrescare la cappella Niccolina, è un esempio perfetto di opera divulgativa pensata per gli analfabeti. Il romanzo popolare dell’Angelico, come La Storia lo è per la Morante. In questi quadretti in successione, che si svolgono come una graphic novel murale, il linguaggio del libro degli idioti si riconosce «nella sua parlata popolare», in «una specie di stupore incantato, come se l’Angelico, stavolta, volesse farsi lui stesso idiota, secondo il destino dei suoi poveri fratelli terrestri: per raccontare a se stesso, nella sua vecchiaia, la più bella storia della terra».

Beato Angelico, Armadio degli Argenti, primo sportello, 1450 ca, Ospizio dei Pellegrini, Museo di San Marco, Firenze

Beato Angelico, Armadio degli Argenti, primo sportello, 1450 ca, Ospizio dei Pellegrini, Museo di San Marco, Firenze

Beato Angelico, Armadio degli Argenti, secondo sportello, 1450 ca, Ospizio dei Pellegrini, Museo di San Marco, Firenze

Beato Angelico, Armadio degli Argenti, secondo sportello, 1450 ca, Ospizio dei Pellegrini, Museo di San Marco, Firenze

Beato Angelico, Armadio degli Argenti, terzo sportello, 1450 ca, Ospizio dei Pellegrini, Museo di San Marco, Firenze

Beato Angelico, Armadio degli Argenti, terzo sportello, 1450 ca, Ospizio dei Pellegrini, Museo di San Marco, Firenze

Il racconto della Lex Amoris è attraversato da un umorismo, un divertimento, un piacere cromatico della narrazione, che rendono gli episodi del Nuovo Testamento materiale vivente, parola vibrante per chi non ha accesso alla scrittura. Predicare agli idioti nella loro lingua, comunicando una libertà e un’altezza – quelli del Regno -, che trascendono la loro dimensione del tempo e dello spazio, significa testimoniare la propria «presenza nel mondo» sull’esempio ricavato dal Vangelo. «La santità-azione e l’arte-preghiera – spiega la Morante – si apparentano in questo paradosso: d’essere sciolte dai limiti comuni, [di tempo e spazio] eppure di muoversi dentro questi limiti. E un tale paradosso assenza-presenza è vissuto doppiamente dall’Angelico: perché artista, e perché religioso».

Carmelo Argentieri

Elsa-Morante-

Elsa Morante

Per saperne di più:

Elsa Morante, Il beato propagandista del Paradiso, in Umberto Baldini, Angelico. L’opera completa, Rizzoli, Milano, 1970, pp. 5-10 e in Elsa Morante, Pro o contro la bomba atomica e altri scritti, Adelphi, Milano, 1987, pp. 122-23

Elsa Morante, Il mondo salvato dai ragazzini e altri poemi, Einaudi, Torino, 1968

Elsa Morante, La Storia, Einaudi, Torino, 1974

Gabriella Bernabò, La fiaba estrema. Elsa Morante tra vita e scrittura, Carocci editore, Roma, 2012

Daniele Morante (a cura di), L’amata. Lettere di e a Elsa Morante, Einaudi, Torino, 2012

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