L’Annunciazione dell’Angelico: qualche doverosa precisazione (prima parte).

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Come quando si è invitati a un pranzo e, dopo aver gustato una squisita e laboriosa pietanza, si domandi alla padrona di casa quali mai ingredienti abbia utilizzato e che segreta ricetta abbia messo in opera per cotanta delizia, e ci si bei poi ad apprendere ogni minimo dettaglio della miracolosa preparazione, quasi a prolungare con altri sensi il piacere provato dianzi col palato; allo stesso modo, dinnanzi ad un’opera d’arte che ci incanti e meravigli empiendoci di estetica soddisfazione, è più che naturale venga la voglia di saperne di più sul chi, sul come, sul quando e sul perché quel capolavoro sia sbocciato all’esistenza, onde meglio penetrarne i pregi più reconditi, certo, ma anche, e forse più, per amplificare, in un’abbuffata caleidoscopica di rimandi e informazioni d’ogni sorta, l’altrimenti troppo semplice piacere ammaliante della vista.

Desiderio del tutto legittimo e perfino encomiabile, a soddisfare il quale, laddove non ci si voglia accontentare di un impersonale e triste testo a stampa, provvidamente provvedono coloro che un tempo, classicamente, eran detti ciceroni e che adesso, assai più prosaicamente, vengono qualificati guide turistiche. Nobile missione la loro: soccorrere animi traboccanti di stupore e sitibondi di sapere col versarvi dentro, attraverso i canali auricolari, il corroborante balsamo della più scelta sapienza, il dolcissimo miele della perizia ermeneutica, il rinfrancante liquore della dovizia aneddotica.

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È noto tuttavia che la curiosità, che tutto muove, è figlia, come noi tutti, della povertà, della mancanza, o più precisamente dell’ignoranza, la quale non sempre, in quanto appunto ignora, ha modo di passare al vaglio l’effettiva validità dei rimedi che le vengon gentilmente propinati. Per dirla un po’ alla grossolana: qualsiasi fregnaccia gli rifili, il turista se la beve come fosse vangelo. E questo il preposto a dispensare lumi, ovverossia la guida di cui sopra, lo sa bene, il furbetto, oh sì, eccome se lo sa! E – mi spiace dirlo – per lo più ci marcia, prendendosi nei confronti dell’esattezza e della precisione – per non dire della verità – delle licenze alquanto discutibili.

Non me ne vogliate, guide care. Non è certo alla totalità degli appartenenti alla categoria che intendo riferirmi, ma solo al numero di quelli – e non è basso, lo sapete bene – ai quali, più ancor che un’adeguata e meno approssimativa preparazione, manca la voglia di acquistarne una, ed ai quali in altri tempi si sarebbe paternamente suggerito di considerar l’ipotesi di cambiar mestiere e ambiente per tornare a dedicarsi in via esclusiva a Cerere.

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Lungi da me, beninteso, distribuire simili consigli a chicchessia o trinciar giudizi di qualsiasi sorta: in fin dei conti tutti, nessuno escluso, discendiamo in fila da quei poveretti che vollero assaggiare il pomo proibito. Anzi, mi rendo conto di quanto difficile, usurante e forse anche frustrante sia il vostro diuturno ammaestrare genti incolte, e confesso di ammirare infinitamente la stupefacente creatività e la prontezza di spirito – assai prossima, invero, alla temerarietà – con cui vi avventurate in territori ancora inesplorati dello spirito per approntare le più fulminee e sorprendenti soluzioni onde far fronte ad ogni mai quesito vi si ponga.

Ciononostante è tempo e d’uopo che io più non mi esima dall’intervenire – da amor di verità esclusivamente mosso – per indicare e correggere qualcuno almeno dei più triti luoghi comuni e delle più patenti inesattezze – si legga pure strafalcioni – nei quali, sia incoscienza o pigrizia o deficienza (di informazione, è ovvio), suole incappare e soavemente e impunemente insistere la suddetta categoria guidante laddove si trovi ad esplicare le precipue sue funzioni in merito all’Annunciazione dell’Angelico.

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Procediamo con ordine.

1)  Il capolavoro in oggetto fu dall’Angelico dipinto a fresco all’angolo orientale d’una delle pareti interne del corridoio nord del dormitorio, al piano superiore dell’allora convento ed oggi Museo di San Marco. E lì è tuttora. Onde recarsi ad ammirarlo il visitatore – o il gruppo di visitatori, a seconda del caso – deve dunque abbandonare il pian terreno, per far la qual cosa ha un unico modo: imboccare l’ampio scalone che si apre a ridosso del Refettorio Piccolo e, gradino dopo gradino, percorrerne in ordine la prima e la seconda rampa, in linea l’una con l’altra, per poi, svoltato l’angolo a destra, cimentarsi con la terza ed ultima.

Tranne in caso di provetti alpinisti o giù di lì, può succedere che lungo il percorso i nostri visitatori, causa l’ardua prova, vengano assaliti dal dubbio o dalla speranza che, a dispetto della segnaletica e delle rassicurazioni della guida, la via giusta non sia quella; ma appena raggiunto il gomito della scala le nebbie si diradano e l’agognato oggetto del desiderio si mostra loro lassù, oltre l’ultima rampa. Per effetto attrattivo dell’estasiante visione, i restanti gradini li si fa di volata ed in un battibaleno ci si trova dritti dritti dinnanzi all’Annunciazione, risucchiati in quella che Walter Benjamin avrebbe definito la sua aura.

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A questo punto, con ampio e trionfante gesto d’un delle braccia oppur di entrambe – in proporzione all’istrionica sua vena – il mentore o cicerone di turno presenta ai propri accoliti in deficit d’ossigeno quel che si è benissimo presentato già da solo, quasi a far intendere che è solo grazie alla sua speciale intercessione che essi han la ventura d’esser ammessi alla presenza dell’immortal capolavoro. Dopo di che – e qui sta il fattaccio – non mancherà di far notare la strategica posizione dello stesso: non casuale, badino bene, ma scelta appunto dal frate pittore mugellese per quotidianamente allietare gli occhi e di pio refrigerio empire il cuor dei confratelli che, per la medesima identica via che poc’anzi percorsero essi stessi, un tempo venivan su e recavansi ciascuno in propria cella.

E allora? Cosa c’è che non va? Dove sta il “fattaccio”? – Semplice: che al tempo in cui l’Angelico affrescò quella parete, che poi è lo stesso in cui Michelozzo era alle prese con i lavori di costruzione del convento, lì dov’è adesso non v’era alcuna scala, né era previsto in alcun modo che vi fosse. Ah, no?! – No, perché il monumentale scalone ch’è oggi l’unica via d’accesso al dormitorio fu costruito successivamente – non si sa con certezza quando, se agli inizi del Cinquecento o alla metà del Seicento – nel corso d’una delle varie campagne di ristrutturazione che i frati di San Marco intrapresero, col patrocinio ed il sostegno dei Medici, per ammodernare ed adattare il convento alle mutate esigenze.

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Ma su che basi…? – Solidissime, ve l’assicuro. Tanto solide che su d’una d’esse, a volerlo, ci si potrebbe perfino sedere. In Biblioteca, infatti, proprio all’inizio della navata a destra di chi entra, v’è come un bubbone, un’escrescenza o si può dir sporgenza, in basso, alla base del muro, sulla cui superficie mani pietose o divertite si dilettarono, chissà mai quando, a dipingere dei volumi in fila, quasi a voler camuffare quel bitorzolo spacciandolo per una finta libreria. In realtà quella specie di baule per la ruota di scorta, come si vede su certe auto d’epoca, altro non è che una – tecnicamente parlando – risegatura, ovverossia un rimedio un po’ raffazzonato al taglio che l’apertura della sottostante galleria voltata della scala provocò al solaio della biblioteca, la quale, evidentemente, era già in loco.

Ma se questa non fosse ancora base sufficiente, eccone un’altra. Si sappia infatti che, con la stessa noncuranza con cui – allo scopo di dar luce all’ingresso della biblioteca – si soppressero quasi per intero un paio di celle e relativi affreschi e si aprì a metà del corridoio nord quel finestrone che ora vi troneggia, ugualmente, per far spazio alla nuova scala, una cella – è presumibile – fu sacrificata e un’altra significativamente modificata. Trattasi della prima sulla destra a venir su dallo scalone. Con la costruzione di quest’ultimo si rese necessario tamponare la sua finestra originale e ricavarne un’altra, più a sinistra, a discapito dell’affresco che ornava la parete, ridotto crudelmente ad un patetico brandello. Ed ecco spiegato il perché della sua porta chiusa.

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Accipicchia! – Pausa; riflessione. Ma allora da dove si saliva prima? – Buona domanda. V’erano due vie, ossia due scale. La prima, e principale, partiva dalla sacrestia per terminare in testa al corridoio nord, in prossimità delle cosiddette celle di Cosimo, con quella porta appunto che ancor oggi, seppur chiusa, è ben visibile. Questa scala – che, detto tra parentesi, esiste ancora ed è in via ipotetica del tutto praticabile – metteva dunque in comunicazione diretta il presbiterio e il coro della chiesa col piano del dormitorio, onde, al mattino, menar dritti i frati appena sollevati dai giacigli a recitare il primo servizio giornaliero – il mattutino – e viceversa, a sera, ricondurli al riposo delle rispettive celle dopo aver debitamente espletato l’ultimo – ossia il vespro –.

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Ve n’era poi una seconda, e secondaria, ovverossia una scala, come diremmo oggi, di servizio, documentata ma di cui oggi non rimane traccia. Essa, partendo dall’angolo sud-orientale del Chiostro della Spesa, grazie al suo sviluppo elicoidale – o, più volgarmente, a chiocciola – raggiungeva gli ambienti immediatamente soprastanti del dormitorio, sbucando – è il caso di dirlo – nell’angolo a nord-est dello stesso, lì dove adesso sono i locali del personale. Lungo questo tragitto essa doveva pure attraversare, e quindi mettere in comunicazione col piano superiore, il ballatoio che un tempo correva sopra i tre lati del Chiostro della Spesa e del quale adesso non son rimasti che le porzioni a nord e a ovest, essendo quella a sud stata inglobata e sostituita dal posticcio blocco costruttivo del monumental scalone.

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Insomma, per quanto suggestiva e plausibile possa apparir l’idea che il frate Angelico, nel disporre il suo ponticello proprio in quel punto del dormitorio, avesse in mente di adornare con degno coronamento scenografico l’approdo degli amati confratelli al primo piano, per buona pace di noi tutti, ed in primis delle guide, è vero piuttosto il contrario: fu cioè la dislocazione della scala ad esser studiata in modo da poter sfruttare al massimo l’effetto dell’affresco.

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Peccato veniale! – direte voi – Roba per specialisti, che la può capire e interessargli ad un architetto, o caso mai ad un geometra, o al limite ad un perito del catasto! – Be’, posso concedere. Ma ditemi un po’ che ne pensate allora di quel che viene adesso.   (Continua…)

Sergio Amato

2 risposte a “L’Annunciazione dell’Angelico: qualche doverosa precisazione (prima parte).

  1. Alessandro Santini

    Quando facevo la guida turistica, con un caro collega avevamo coniato una formula, per non distruggere del tutto, alla luce del “vero storico”, alcune credenze che, se pur fallaci, erano oggettivamente belle, efficaci e, soprattutto, compiacevano il pubblico. “A noi piace pensare che…” eravamo soliti dire, con tono più o meno serioso, per preservare il sogno, la favola, le belle apparenze ammaliatrici, anche a costo di qualche sacrificio filologico. E’ il caso dello scalone. A me piace pensare che quello scalone ci sia sempre stato. Perché l’Annunciazione che appare all’improvviso, girato l’angolo, è, quasi sempre, la più grande emozione che si prova a San Marco. Una di quelle, memorabili, che ti riempiono gli occhi e il cuore. A me piace pensare che l’Angelico, se davvero lo scalone, come pare, non c’era ancora, pensasse “io intanto la dipingo qui, a mo’ di grande finestra, e ci metto anche un finto davanzale in pietra serena, e un pavimento che sembra visto di sotto in su. Così, quando Michelozzo avrà costruito uno scalone anche di qua, allora sì che, vista dal basso, sarà una meraviglia!”. Chiunque abbia fatto lo scalone, e in qualunque epoca l’abbia fatto, ha fatto una gran cosa. A me piace pensarla così (ah, le Illusioni…).
    Attendo impaziente il prosieguo.

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  2. Ma allora, perché è lì?
    Se la favola non è realtà, allora cerchiamo la favola nella realtà…
    Forse il Beato, non ancora beato ma già molto angelico, intendeva mettere una di fronte all’altra le due “svolte” fondamentali che segnano la fede, i due più affascinanti misteri del nostro credo: un Dio che nasce e muore uomo, un Dio che ci ama o ci invidia così tanto da voler vivere il momento più bello della vita dell’uomo ed il momento di maggiore dolore e smarrimento umani, la nascita e la morte, l’Annunciazione e la Crocifissione. No, anzi, il contrario. Perché la prima segna l’inizio di una vita terrena, intensissima ma contingente, mentre la seconda dà origine ad una vita gloriosa ed eterna. Speriamo.
    Tutto poi si risolve “al centro”: nello spazio-tempo reale dell’architettura di ombre ha luogo una Sacra Conversazione ben superiore ad ogni reale dimensione spazio-temporale.
    Se sognare è lecito, “a noi piace pensare che” un giorno, dopo il trapasso, ci ritroveremo tutti a conversare amabilmente sui misteri, forse allora risolti, della fede e tra questi corridoi ci faranno da guida proprio il buon Giovanni ed il buon Michelozzo…

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